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«Poi ve la vedete con l’avvocato Grande Aracri». I giudici: «Intimorito dall’evocazione del nome»

Nelle motivazioni della sentenza che condanna il cardiologo del Gemelli, spunta il caso dell’installazione (forzata) dei climatizzatori nello studio medico in Emilia Romagna

Pubblicato il: 08/08/2022 – 17:45
di Alessia Truzzolillo
«Poi ve la vedete con l’avvocato Grande Aracri». I giudici: «Intimorito dall’evocazione del nome»

CROTONE Un rapporto «incentrato prevalentemente sulla condivisione di un programma di natura economico-imprenditoriale» quello tra il cardiologo Alfonso Sestito, 63 anni, calabrese ma residente a Roma dove lavorava all’ospedale Gemelli, e il clan Grande Aracri.
Il medico è stato condannato in primo grado nell’ambito del procedimento della Dda di Catanzaro, denominato “Thomas” a otto anni e sei mesi di reclusione per associazione mafiosa e tentata estorsione.
Nelle motivazioni della sentenza i giudici del Tribunale di Crotone riportano come significativo un episodio riguardante «l’installazione di un impianto di climatizzazione presso uno degli studi privati dell’imputato, ossia quello da costui aperto – non a caso – a Reggio Emilia». Secondo il Tribunale, ad un certo punto il rapporto tra Sestito e la famiglia di mafia avrebbe relegato a una posizione del tutto marginale gli aspetti di natura medico-professionale. Reggio Emilia è una delle roccaforti della famiglia Grande Aracri.

«Poi ve la vedete con l’avvocato Grande Aracri»

La vicenda viene captata dalla Guardia di finanza di Crotone a maggio del 2019. Si tratta di una telefonata tra Alfonso Sestito e il titolare di una ditta di impiantistica che doveva installare dei condizionatori nello studio che il cardiologo stava aprendo a Reggio Emilia.
Il 20 maggio 2019 il dottore prova a chiamare l’imprenditore tramite whatsapp ma la chiamata non riesce. «Ho provato a rispondere con Whatsapp ma… non riesco a…», si giustifica l’imprenditore.
Sesitito taglia corto, dice all’uomo che gli servono i climatizzatori installati per la settimana successiva.
L’imprenditore gli spiega che c’è un problema di soldi: «Sì, io l’ho fatto il bonifico, però non mi sono arrivati a me i soldi da quello che mi doveva dare i soldi e automaticamente la banca non mi ha fatto… non l’ha girato a loro, infatti loro mi hanno chiamato per quello lì. Adesso io in questi giorni i soldi li trovo, perché li trovo e…».
«Trovateli, ve ti fate prestare da qualcun altro… […] Il problema lo dobbiamo risolvere, avete capito?», risponde Sestito.
L’uomo si scusa per il disagio causato ma questo, al medico, non basta: «Cioè, ho diecimila cose da fare, per cui poi mi comporto male, hai capito? Cioè do in mano agli avvocati le cose e poi ve la vedete con l’avvocato Grande Aracri, ve lo dico!».
Per tutta la telefonata l’imprenditore non riesce a dire che «Si, si… certo certo…, io faccio tutto, no lo so, lo so…», mentre Sestito è un fiume in piena.
«Perché ormai le leggi sul lavoro sono messe diciamo molto delicate, hai capito? Cioè la prima cosa che vi faccio vi tolgo il codice unico, non potete fare più fatture, vi faccio l’atto ingiuntivo, vi blocco la ditta, vi blocco la macchina, vi blocco il conto corrente, cioè non… non ti fare rovinare, guarda, te lo dico».

«La capacità intimidatoria del nome Grande Aracri»

Secondo il collegio giudicante il dialogo – al di là della natura del contratto stipulato dai due conversanti – viene analizzato riguardo al «tenore delle espressioni utilizzate, sulla prospettazione dell’intervento di uno specificoavvocato (Domenico Grande Aracri) nonché sulla capacità intimidatoria che la sola evocazione del nome di quest’ultimo provocava nell’interlocutore dell’odierno imputato». Lo stesso contenuto del dialogo rivela, scrivono i giudici, «già di per sé, in via autonoma ed assolutamente inequivoca, la pressione psicologica che il Sestito esercitava tramite il tutt’altro che casuale riferimento al possibile intervento del Grande Aracri». 
E se vi sono dubbi sul dialogo, i giudici ritengono che questi siano stati fugati nel corso del processo, durante il quale è stato sentito il titolare della ditta il quale ha asserito, rispondendo alle domande dell’avvocato Gregorio Viscomi, difensore di Sestito, che «mancavano duemila euro per finire, molto semplice, però io non potevo chiederli al dottore i duemila euro, perché non c’è niente da nascondere, dovevo montare dei condizionatori, molto semplice. Io sono andato a parlare con Renato Maletta (cugino del titolare che avrebbe dato l’incarico per i lavori, ndr), ma lui non mi voleva risolvere il problema, ma lui già sapeva dall’inizio che mancavano questi soldi… dall’inizio, a metà lavoro, perché non arrivavamo in fondo».
«Ma lei se n’è accorto a metà lavoro che non le bastavano questi soldi?», chiede il difensore.
«Guardi – risponde il teste –, io non è che non me ne sono accorto. Io è dall’inizio che dicevo, per me, se ho diecimila di preventivo e va a sette, io avevo già detto che per me non ci stavo dentro, provavamo a farlo. Lui mi ha detto che riuscivamo e non ci siamo riusciti».

Il teste in aula: «Ho avuto un po’ timore. Io so chi è tramite»

L’imprenditore mostra timore nel rispondere alle domande nel momento in cui inizia l’esame dell’avvocato di parte civile Michele Gigliotti (che rappresenta l’imprenditore e testimone di giustizia Giovanni Notarianni).
Le domande dell’avvocato vertono proprio sulla telefonata intercettata a maggio 2019 e sul nome fatto da Sestito dell’avvocato Domenico Grande Aracri.
Il teste ammette che Sesito fece il nome dell’avvocato Grande Aracri ma dice di non ricordare il nome di battesimo.
«Quindi vorrei comprendere questo, ci sono molti avvocati Grande Aracri, conosce avvocati Grande Aracri a Cutro?», chiede Gigliotti.
«Io non conosco avvocati, non lo so. Io non li conosco», risponde l’imprenditore.
«E cosa le disse, fece riferimento a questo avvocato in che senso?», insiste l’avvocato.
«Guardi, io so chi è tramite, come si dice, in giro. Ma ho avuto un po’ timore e basta», ammette il teste tendendo a sminuire il timore provato.
A questo punto interviene il pubblico ministero a sottolineare che, parlando con gli investigatori, l’imprenditore fece mettere a verbale le seguenti parole: «Compresi molto bene che il riferimento all’avvocato Grande Aracri era stato fatto solo ed unicamente per intimidirmi, effettivamente mi spaventai molto e cercai immediatamente di risolvere la cosa completando i lavori».
Il teste conferma quanto dichiarò alla Guardia di finanza.
«Lei si trova a disagio nel riferire [in aula] la presenza del Grande Aracri come concetto?», chiede il pm.
«Sì», ammette l’imprenditore il quale però dichiara di non conoscere l’avvocato Grande Aracri.
L’accusa rinfresca la memoria leggendo un passaggio del verbale reso dall’imprenditore alle fiamme gialle: «Certo, conosco l’avvocato Grande Aracri che so essere il fratello di Nicolino Grande Aracri, attualmente in carcere».
L’imprenditore si smarca: «Guardi, io, in quel momento lì, che ero con la Guardia di finanza, loro mi facevano delle domande ed io rispondevo. Però io adesso non mi ricordo». Poi cede: «Ero arrivato al punto che il Maletta mi diceva che dovevo finire il lavoro per forza, dovevo finire, non fare casino, lo dovevo finire punto e basta»
Ma l’accusa insiste: «Il fatto di aver sentito quel cognome ha influito sulla sua decisione difinirli per forza questi lavori?»
«Ma guardi, sicuramente è stata una cosa in più», dice l’imprenditore che aggiunge: «È stata una cosa che mi ha fatto pensare, ma dopo io… cioè dovevo finire per forza, per forza nel senso che era giusto finire lo studio al dottore». (a.truzzolillo@corrierecal.it)

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