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Suicida in carcere a 27 anni, il giudice: «Ho fallito, potevo fare di più»

L’ultimo saluto a Donatella, il dolore del fidanzato Leo e della famiglia. Il messaggio del magistrato di sorveglianza

Pubblicato il: 10/08/2022 – 8:02
Suicida in carcere a 27 anni, il giudice: «Ho fallito, potevo fare di più»

«Se in carcere muore una ragazza di 27 anni così come è morta Donatella, significa che tutto il sistema ha fallito. E io ho fallito, sicuramente…». Quando dall’altare Micaela, una delle migliori amiche della 27enne che una settimana fa si è tolta la vita in carcere a Verona, ha letto tutto d’un fiato la lettera del giudice di Sorveglianza Vincenzo Semeraro, dentro la chiesa di Castel d’Azzano è calato il silenzio.

Il messaggio del giudice che aveva seguito il caso di Donatella

Nessuno dei tanti presenti alla cerimonia voleva perdere un solo passaggio del toccante messaggio: «Conoscevo Donatella dal 2016, avevo lavorato con lei e per lei in tante occasioni – ha esordito il magistrato del Tribunale di Verona nella sua missiva intrisa di commozione e umanità -, ultima delle quali nel marzo scorso, allorché la inviai in comunità a Conegliano. Inutile dire che la sensazione che provo – rivela Semeraro – è quella di sgomento e dolore… So che avrei potuto fare di più per lei, non so cosa, ma so che avrei potuto fare di più!». Parole uscite direttamente dal cuore, quelle del giudice scaligero che nella sua email chiede all’amica di Donatella, Micaela, di «portare le mie condoglianze ai familiari, anche se in questo momento ho pudore, perché è ragionevole che chi era vicino a Donatella possa provare rabbia nei confronti delle istituzioni e di chi, più o meno degnamente, le rappresenta». Andrea Mirenda, anch’egli magistrato di Sorveglianza veronese, ha voluto essere presente con il cuore ai funerali inviando un messaggio alla famiglia per «esprimere la mia più dolorosa vicenda in questo tristissimo momento».

In chiesa c’era il fidanzato Leo

Alle commosse e sincere frasi giunte dai due giudici scaligeri, Micaela a nome degli amici di Donatella reagisce così: «Sicuramente la Sorveglianza sbaglia, ritarda, ma non in questo caso. La conoscevano, conoscevano la sua fragilità, oserei dire ci tenevano. Entrambi i magistrati hanno trovato il modo di fare arrivare le loro condoglianze, il loro dolore». In chiesa alla straziante funzione c’era Leo, il fidanzato di origini calabresi che aspettava l’imminente scarcerazione della 27enne per convivere nella casa che avevano da poco preso in affitto per stare insieme: «Perdonami, sei la cosa più bella che mi poteva capitare. Scusami se me ne vado così amore», gli ha scritto Donatella nella solitudine della sua cella a Montorio prima di lasciarsi morire martedì notte inalando gas dal fornelletto.

Il dolore della famiglia della ragazza

«Perché mi hai lasciato solo? Ti avrei aspettata per sempre, come faccio ora senza di te?», le ha poi risposto Leo «incredulo e sotto choc per averla persa per sempre». Nel corso dei funerali, però, era talmente «devastato dal dolore» da chiudersi nel silenzio senza riuscire a pronunciare una sola parola. «Una sofferenza lacerante» anche per il padre di Donatella, anch’egli presente in chiesa: non ha parlato dall’altare, ma non nasconde la sua tristezza per «alcuni commenti sulla vicenda di mia figlia, c’è chi non ha avuto pietà». Per il genitore, «non c’è bisogno di commentare il passato di una persona che ha avuto i problemi con la droga dopo che si è suicidata, sappiamo tutti quello che ha fatto per assumere la droga. Se è possibile servono belle parole per non fare male ancora alla famiglia». Da alcuni mesi Donatella si stava disintossicando, lottava con tutte le sue forze per uscire dalla dipendenza e dal carcere, dove si trovava dopo qualche furtarello nei negozi commesso proprio per la droga. Il suo legale stava lavorando per farle ottenere una misura alternativa, presto sarebbe tornata tra le braccia del suo Leo. (corriere.it)

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