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«In Calabria un problema culturale riguardo alla figura degli addetti stampa degli enti pubblici»

«Di recente ho subito l’ennesimo attacco gratuito da parte di alcuni esponenti politici, in quanto addetto stampa del Comune di San Giovanni in Fiore»

Pubblicato il: 14/08/2022 – 17:10
di Emiliano Morrone
«In Calabria un problema culturale riguardo alla figura degli addetti stampa degli enti pubblici»

Di recente ho subito l’ennesimo attacco gratuito da parte di alcuni esponenti politici, in quanto addetto stampa del Comune di San Giovanni in Fiore. 
Nello specifico, non mi è stato consentito di replicare sul posto, in piazza, benché in ordine al ruolo in questione fossero state dette gravi inesattezze ed espresse opinioni suggestive, perfino con un incomprensibile accostamento tra il mio impegno nell’antimafia civile e il riferito incarico professionale, assegnato a seguito di procedura selettiva pubblica, non già per chiamata diretta o appartenenza ad un partito.
L’anno scorso un rappresentante del Pd aveva chiesto su Facebook, come purtroppo d’abitudine nell’era del caos digitale, le mie dimissioni dal ruolo in parola, con l’accusa strumentale d’aver concesso un non meglio precisato vantaggio comunicativo al sindaco di San Giovanni in Fiore. Per inciso, quell’addebito politico fu il frutto di meri pregiudizi maturati nel Consiglio comunale di lì, di cui esiste prova video, obiettivamente inequivocabile. 
Di là da tali vicende personali, c’è un problema culturale, pericolosamente sottovalutato, riguardo alla figura degli addetti stampa degli enti pubblici, cui spesso si accompagna l’idea che il giornalista non debba né possa avere alcuna autonomia e sia comunque a disposizione della politica, che ne deciderebbe le sorti a prescindere dalla qualità delle prestazioni professionali. Qui siamo oltre la fantasia dei racconti di Jorge Luis Borges. Inoltre, così il merito viene polverizzato d’ufficio.
Questo fenomeno è alquanto legato alla prassi, piuttosto diffusa a vari livelli, di affidare la comunicazione politica, e talvolta istituzionale, a non addetti ai lavori. Per esempio, ci sono assistenti parlamentari, sempre da rispettare come lavoratori, che scrivono e inviano comunicati senza essere iscritti all’Ordine dei giornalisti e, soprattutto, con poca esperienza nel campo. Ne discende che la comunicazione politica o istituzionale si ritiene spesso sganciata da competenze e capacità professionali. In pratica, è molto alimentata – intanto via web – codesta convinzione, cioè che siano requisiti da premiare la militanza di partito e la sudditanza ai dettami della politica, non di rado attribuite in maniera dogmatica e autoreferenziale. Specie in Calabria, tale orientamento può determinare, come purtroppo accade in un diffuso silenzio generale, forme di odio immotivato e perfino di isolamento sociale. Più volte ho patito incivili aggressioni verbali per strada, in virtù del clima di avversione e ribrezzo personale creato, in ambito politico, anche attraverso i social network. Da ultimo, ne ha pagato le conseguenze una delle mie figlie, minorenne, che in piazza ha visto colpito suo padre, con il successivo, esplicito compiacimento di esponenti di un movimento politico, cui continuo a portare rispetto come a tutte le altre forze politiche. 
La legge numero 150 del 2000, sulla disciplina «delle attività di informazione e di comunicazione delle pubbliche amministrazioni», ha tra l’altro inquadrato il ruolo dell’addetto stampa nel settore in argomento. Ciononostante, persiste una – voluta? – confusione dei ruoli, su cui giocano non pochi esponenti politici, approfittando del rigoroso rispetto delle norme deontologiche da parte degli addetti stampa delle istituzioni pubbliche, le quali impongono la terzietà dei professionisti incaricati rispetto alla dialettica tra gli eletti. Succede, quindi, che il silenzio dei giornalisti ossequiosi delle norme deontologiche passi per loro mutismo opportunistico; come se, in quanto remunerati da amministrazioni pubbliche, non volessero prendere posizione sulle critiche dei rappresentanti istituzionali di minoranza o di loro sostenitori, spacciate come vangelo.
Nell’insano contesto (calabrese), scompare l’importanza dell’addetto stampa, da non confondere con l’Urp, come invece fa più di qualcuno, a volte non privo di conflitti di interessi. 
La Calabria paga un prezzo altissimo a causa della meccanica imposizione di stereotipi e generalizzazioni, secondo cui saremmo tutti mafiosi, truffaldini, assistiti e predatori delle risorse pubbliche. L’addetto stampa di una pubblica amministrazione ha quindi una funzione essenziale: si relaziona con le redazioni e dà loro le informazioni corrette, così contribuendo ad un’informazione completa e plurale.
Infine, date le limitazioni di bilancio degli enti pubblici, i compensi degli addetti stampa non sono proporzionati, come invece impone la Costituzione, alla quantità e alla qualità del lavoro svolto. Spesso, decidere di svolgere questo ruolo è un atto di affetto verso la propria comunità, non un privilegio accordato dalla politica.
Mi auguro che l’Ordine dei giornalisti, in cui confido, intervenga al riguardo. Siamo troppo esposti, non soltanto come cronisti.

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