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La riflessione

«Le due facce della stessa medaglia»

Giorni fa un quotidiano nazionale riferiva di file davanti ad un negozio alla moda a Torino. Persone in attesa di entrare, disposte a spendere centinaia di euro per un abito di una sartoria tra le…

Pubblicato il: 28/11/2022 – 10:45
di Franco Scrima*
«Le due facce della stessa medaglia»

Giorni fa un quotidiano nazionale riferiva di file davanti ad un negozio alla moda a Torino. Persone in attesa di entrare, disposte a spendere centinaia di euro per un abito di una sartoria tra le più “in” del Paese a prezzi scontati.  
Mi sono venute in mente altre file, quelle dei poveri che attendono il turno per entrare in una mensa sociale e sfamarsi con un tozzo di pane e una pietanza calda.
Sono due facce della stessa medaglia, ma file fatte per finalità diverse! E non sono da considerare avvenimenti eccezionali. Ciò accade tutti i giorni  in tante altre città del Paese, senza più disturbare la sensibilità di alcuno. Eppure si tratta di città “democratiche”, socialmente evolute, ma che non si curano di accettare realtà di questo tipo, senza più indignarsi non per l’abito da acquistare, ma per quei poveri diseredati costretti a sfidare il caldo e il freddo. È il risultato di abitudini che mutano e che radicalizzano il sistema.
Eppure entrambe le file sono fatte da esseri umani spinti da necessità  diverse: l’una per vestirsi con abiti firmati, l’altra per sfamarsi.
Immagini che danno uno spaccato del nostro Paese, con le due tradizionali facce: quelle ricche e quelle povere. Al di là della fila davanti al “negozio chic” che i passanti guardavano, l’altra era ignorata, come fosse invisibile.
I bisogni della gente sono cambiati, anche sotto la spinta di un sistema che tende a radicalizzare tutto, così da far prevalere il piacere sul sentimento. Un Paese con una popolazione fatta di ricchi e di poveri. Quella di mezzo è come scomparsa. E, al di là delle file davanti il negozio di abbigliamento e di quella davanti alla mensa dei poveri, c’è solo la diseguaglianza economica che fa aumentare il divario tra benestanti e poveri. Una diversità che sembra destinata a crescere (Reddito di cittadinanza docet!) aumentando le diversità sociali dalle conseguenze, a dir poco, gravi.
I poveri e, forse anche la classe media, hanno bisogno di più attenzioni per evitare che sprofondino nell’indigenza con ciò che ne consegue per la salute e anche per la convivenza civile. La terapia c’è e consiste nella ricerca di mezzi che rendano la società migliore, soddisfatta, partecipe, umana. Un sistema che aiuti a chiudere le giornate sapendo di essere stati utili a qualcuno per qualcosa, facendoci sentire uomini veri! Si tratterebbe di impegnarci in una grande sfida sociale che vada oltre le intenzioni, che non si fermi alle parole. Cercare di battersi per un Paese migliore.  
E, invece, la realtà sembra correre in senso inverso; come se non esistessero più le condizioni per agire, per sperare di penetrare nelle coscienze degli altri, di quanti i problemi li dovrebbe affrontare e risolverli. E, invece, il problema lo si affronta eliminando le provvidenze ai meno abbienti, rivedendo il “famigerato” reddito di cittadinanza, sul presupposto che sottrae denaro pubblico a chi ne ha bisogno.
Che sia indispensabile un atteggiamento prudente con i cordoni della borsa per garantire la sostenibilità del debito pubblico sarebbe corretto, ma in una società equa, prudente, che non accetta che per accontentare qualcuno se ne penalizzano altri. Mai che si ipotizzi di intervenire, per esempio, sulle indennità dei parlamentari. Forse sfugge che deputati e senatori hanno diritto ad una indennità netta di cinquemila euro al mese cui va aggiunta una diaria di 3.503,11 euro più un rimborso spese di mandato di 3.690 euro; 1.200 euro annui per rimborsi (acquisto) telefonici; 3.323,10 euro ogni tre mesi sempre per rimborsi telefonici e 3.995,10 euro per i viaggi.  
Ma si tratta di parlamentari e, difronte alle loro responsabilità, anche uno stipendio così “pensante” può essere giustificato. Ciò che non si comprende, invece, è il voler cancellare il “reddito di cittadinanza” sul presupposto che molti dei beneficiari non ne avrebbero diritto. Anche a dare per probabile la causa, la responsabilità è sempre di coloro che dovrebbero controllare e se ne “dimenticano” di farlo. Ciò può comportare che invece di appianare una vicenda, la si ingigantisce con il risultato che per qualche centinaio di fruitori del “Reddito” senza averne diritto, altre migliaia di persone rischiano di ritornare a fare la fila dei poveri per sfamarsi.
*giornalista

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