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La riflessione

«Nik Spatari ed “Il sogno di Jacob”»

Nik Spatari, come i migliori calabresi, i nemici peggiori li aveva in Calabria. Ora i nani, con la cadaverizzazione del mito, a bara chiusa, cercheranno di impossessarsi delle spoglie per farne fe…

Pubblicato il: 01/12/2022 – 14:10
di Gioacchino Criaco*
«Nik Spatari ed “Il sogno di Jacob”»

Nik Spatari, come i migliori calabresi, i nemici peggiori li aveva in Calabria. Ora i nani, con la cadaverizzazione del mito, a bara chiusa, cercheranno di impossessarsi delle spoglie per farne feticci pro domo loro. La cerchia è così, ti impicca e poi ti usa contro te stesso. Il feudo non lo ha mai amato, una volta l’hanno pure ammanettato, volava troppo alto per i loro culi bassi. Nik sarà storia, è inevitabile: aveva una dimensione mondiale ma la sua anima era totalmente calabrese, anche il suo accento lo era, pure se sordo dall’età di undici anni: le bombe anglo-americane che dovevano liberare il mondo dal nazifascismo a lui gli levarono l’udito. La sua è un’arte pura, sfrenatamente libera, come l’arte vera che nasce per superare le regole, mica come la sua parodia contemporanea che ogni tre parole, tre pennellate o tre colpi di scalpello ci deve infilare in mezzo legalità.
Accade spesso che fra le norme più dure nasca un fiore anarchico che schizzi colore sul grigio circostante. Suo padre, maresciallo dell’Arma, girava l’Aspromonte per stringere manette, e Nik sul confine nord della Madre Antica ci è tornato con Hiske, la sua sposa olandese, per cingerla di ghirlande luminose, fra il Torbido, il Chiara, il Neblà e lo Zarapotamo, intorno alle spoglie vive di un monastero basiliano ha piantato a colpi di zappa il suo MuSaBa, convinto che la nostra terra sia la madre della cultura primigenia che ha colonizzato tutte le sponde del Mediterraneo.
Nel suo viso si leggeva la grecìa: il dolore, la tragedia, assediate dall’irruenza di una vita onnipossente, invincibile, dalla certezza che più della morte, nella Locride, è la vita a essere in agguato. Scultore, pittore, poeta, filosofo, storico, intellettuale, ma la sua opera più importante è lui stesso, una scultura vivente, prodotta per partenogenesi. Viaggiava controcorrente in tutto e affermava cose che per il conformismo attuale sono strampalate, ma nessuno aveva il coraggio di andarglielo a dire, che poi manco lo avrebbe sentito: chiuso lì, nell’ultimo lembo d’Aspromonte, ora sta nel suo angolo di verità, come ci stanno tutti i giusti, che sono più numerosi di quanto si narri, ma si debbono sentire soli, sperduti, sparuti e insufficienti, impotenti di fronte a un esercito di intellettuali innocui portati in giro come madonne pellegrine.
ps: del sogno di Nik, Simone Veneziano e Alessia Principe ne hanno fatto un docu-film che ieri ha avuto la sua prima uscita nelle sale, al Citrigno di Cosenza. Il pubblico lo ha apprezzato così tanto che il sogno bisognerà portarlo il altre sale, con l’aiuto di tutti.
*scrittore e giornalista

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