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Ergastolo ostativo, Ferro: «In gioco l’equilibro tra funzione rieducativa della pena e il contrasto alla criminalità organizzata»

«Prima di valutare la connessione dei benefici si deve avere la certezza che il mafioso non ripristinerà i contatti con l’ambiente malavitoso»

Pubblicato il: 02/12/2022 – 18:30
Ergastolo ostativo, Ferro: «In gioco l’equilibro tra funzione rieducativa della pena e il contrasto alla criminalità organizzata»

CATANZARO «Nella salvaguardia dei principi costituzionali, anche per chi ha dichiarato guerra allo Stato, il governo ha indicato con estrema chiarezza da quale parte vuole stare: quella del contrasto alle mafie, della tutela delle vittime, del rispetto del lavoro di magistrati e delle forze dell’ordine che con grandi sacrifici e rischi personali combattono le organizzazioni criminali che soffocano e affamano i nostri territori». È quando ha affermato il sottosegretario all’Interno Wanda Ferro intervenendo all’Università Magna Graecia di Catanzaro ad un convegno sull’ergastolo ostativo al quale hanno preso parte tra gli altri i magistrati antimafia Nicola Gratteri e Nino Di Matteo.

«In gioco un delicato equilibrio»

«Il tema dell’ergastolo ostativo – ha detto Wanda Ferro – mette in gioco in un delicato equilibrio da un lato il principio della funzione rieducativa della pena, dall’altro l’esigenza di contrastare l’attività delle organizzazioni criminali. E’ una questione rispetto alla quale sono intervenuta più volte durante il mio incarico di segretario della Commissione parlamentare antimafia nella precedente legislatura, e sulla quale il governo guidato da Giorgia Meloni ha espresso una posizione chiara fin dai suoi primi provvedimenti. Ho sempre ritenuto che abolire l’ergastolo ostativo significasse smantellare il sistema di contrasto alla mafia ispirato da Giovanni Falcone, consentendo ai boss di uscire dal carcere e riprendere il controllo del territorio. Sarebbe come realizzare i desideri delle organizzazioni criminali, facendo molti passi indietro rispetto ad una legislazione avanzatissima nel contrasto alle organizzazioni mafiose. E’ di tutta evidenza che l’abolizione dell’ergastolo ostativo smantellerebbe il sistema delle collaborazioni, perché nessun mafioso avrebbe più la convenienza a collaborare con la giustizia. Se consideriamo ancora attuale e prioritaria la necessità di contrastare le organizzazioni mafiose, dobbiamo ammettere che le riflessioni sulla natura rieducativa della pena non possono prescindere dal fare i conti con la natura stessa della mafia, con la filosofia di vita che sottende l’appartenenza all’organizzazione. Non un intimo ravvedimento, non motivazioni morali o religiose, salvo rarissime eccezioni, ma il carcere duro, l’ergastolo ostativo hanno indotto molti mafiosi a collaborare, per la volontà di tornare dalla famiglia, per le condizioni di isolamento. Tolto l’ergastolo ostativo nessun mafioso avrebbe più la convenienza a collaborare. Si toglierebbe ai magistrati uno strumento decisivo nella lotta alle organizzazioni mafiose. Con la prospettiva della liberazione, si consentirà ai boss di aumentare la propria influenza e la propria autorevolezza nei confronti dell’organizzazione».

«La concessione dei benefici deve essere ben soppesata»

«Il nostro obiettivo – afferma il sottosegretario all’Interno – è quello di salvaguardare il percorso di durezza carceraria nei confronti dei boss mafiosi, che sì non possono essere esclusi a priori dai benefìci, ma evitando che la mera buona condotta del boss mafioso in carcere, la sua solo formale dissociazione e la partecipazione al lavoro possano diventare gli unici presupposti per concedere la liberazione condizionale. Riteniamo che la concessione dei benefici debba essere ben soppesata, soprattutto in assenza di collaborazione, e che l’onere probatorio, in ogni caso, debba essere posto in capo al detenuto. Bisogna circoscrivere con precisione il perimetro all’interno del quale si possa ritenere maturato un serio, genuino, sincero, metabolizzato e convinto percorso di reinserimento nella società, inscindibile dall’abbandono della mentalità e delle frequentazioni criminali e associative. La funzione della pena non si risolve nella sola funzione rieducativa, che ne è sì tratto essenziale, ma non totalitario. Va piuttosto valorizzata la funzione social-preventiva, retributiva e punitiva della pena, in particolare modo nei confronti di coloro che sono stati condannati per delitti di natura mafiosa. Per uscire dal carcere – spiega Ferro – non basterà la sola buona condotta carceraria o la partecipazione al trattamento. Saranno esclusi gli automatismi, come chiede la Consulta, ma il mafioso dovrà provare l’assoluta rottura dei collegamenti con la criminalità organizzata. Prima di valutare la connessione dei benefici si deve avere la certezza che il mafioso non ripristinerà i contatti con l’ambiente malavitoso di appartenenza e che abbia risarcito le proprie vittime».

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