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Trent’anni fa il delitto Alfano. La figlia: non c’è ancora giustizia

Il giornalista siciliano venne ucciso dalla mafia. A marzo a Reggio è stata rigettata la richiesta di revisione del caso

Pubblicato il: 08/01/2023 – 13:30
Trent’anni fa il delitto Alfano. La figlia: non c’è ancora giustizia

Sono trascorsi trent’anni dall’assassinio di Giuseppe (detto Beppe) Alfano, e “ancora non si riesce a fare piena giustizia, anzi si cerca di annullare il cammino fatto”. Lo dice a Ossigeno per l’Informazione la figlia Sonia. Oggi, domenica 8 gennaio, la famiglia ricorderà il giornalista a Palermo, con una messa che si terrà presso la Chiesa di San Francesco di Paola, alle 18.30. Invece, a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), la sua città natale, è in programma un’altra messa promossa dal Comune. Ossigeno per l’informazione ripubblicherà il libro di Sonia Alfano ‘La zona d’ombra. La lezione di mio padre ucciso dalla mafia e abbandonato dallo Stato’, edito da Rizzoli nel 2011 e fuori commercio. La pubblicazione in formato ebook fa parte del progetto editoriale dedicato a ricostruire le storie dei giornalisti italiani uccisi e a fornire documenti per approfondire le loro vicende. Le pubblicazioni saranno presto disponibili e scaricabili in formato free ebook sul sito di Ossigeno giornalistiuccisi.it. Qui è possibile leggere le prime pagine, pubblicate su concessione dell’autrice. Beppe Alfano fu ucciso l’8 gennaio 1993 a Barcellona Pozzo di Gotto. Si trovava all’interno della sua automobile. Gli spararono in bocca. Aveva 47 anni, una moglie e tre figli. Viveva con lo stipendio di insegnante. Aveva due grandi passioni che lo impegnavano molto: la politica e il giornalismo d’inchiesta. Due passioni a cui si dedicava con impegno civile e coraggio. Con la sua attività giornalistica, che svolgeva per le emittenti locali e come corrispondente del quotidiano ‘La Sicilia’ di Catania, fece emergere alcuni scandali: appalti irregolari, un traffico di stupefacenti e di armi, intrecci tra mafia, amministrazioni locali e massoneria. Aveva acceso i riflettori disturbando cospicui interessi. Due mesi prima di quel tragico 8 gennaio 1993, l’ex presidente dell’AIAS (Associazione Italiana Assistenza Spastici), Antonino Mostaccio, aveva invano tentato di corrompere il giornalista offrendogli trentanove milioni di lire affinché non proseguisse la sua inchiesta sulle attività dell’associazione. Beppe Alfano aveva rifiutato. Non arriverai al 20 gennaio prossimo, gli aveva risposto l’ex presidente. Beppe lo confidò alla figlia Sonia aggiungendo che non si sarebbe fermato, non poteva fermarsi. Fu la mafia a ucciderlo. È stato sancito soltanto 13 anni dopo, nel 2006, con la condanna di Nino Merlino, quale esecutore materiale, e del boss Giuseppe Gullotti, come mandante. Sul sito di Ossigeno ‘Cercavano la verità’, dedicato alla memoria dei trenta giornalisti italiani uccisi (www.giornalistiuccisi.it), insieme alla storia del cronista, sono ricostruite, e costantemente aggiornate, le tappe del tortuoso iter processuale per accertare le responsabilità dell’uccisione. Un iter che non si è mai concluso. A marzo 2022, la Corte d’assise d’appello di Reggio Calabria ha rigettato la richiesta di revisione del processo a carico di Gullotti, presentata dai suoi legali nel 2019. La figlia del giornalista, Sonia Alfano commentato per Ossigeno per l’Informazione questa decisione e l’andamento dei processi che si sono svolti in questi anni. “Nonostante sia una conferma del ruolo del boss quale mandante dell’uccisione di mio padre, questa decisione, per chi cerca la verità e per chi come noi crede nella giustizia, ha il sapore di una sconfitta. La mia famiglia ha sempre evidenziato l’anomalia giudiziaria che ha caratterizzato questa richiesta di revisione che di fatto non portava nuovi elementi che mettessero in discussione la condanna del boss. Abbiamo solo perso altro tempo- prosegue- Sono trascorsi già trent’anni senza riuscire a risalire ai cosiddetti mandanti occulti. Un obiettivo che vediamo allontanarsi col passare del tempo”. In questi anni a custodire attivamente la memoria di Beppe Alfano, a rivendicare piena giustizia e verità è stata soprattutto la sua famiglia che con impegno diretto ha difeso la figura umana e professionale del professore che si occupava di fatti di mafia per passione e amore della verità. “Non posso dimenticare che spesso noi familiari ci siamo sentiti soli- dice con amarezza Sonia Alfano – Mi chiedo ancora: perché il nostro Paese, quello per cui mio padre ha sacrificato la vita, non sente il dovere di tramandare la sua memoria? Perché la mia famiglia, tra le famiglie delle vittime di mafia, è una delle più isolate? Ringrazio i pochi che non hanno dimenticato e non dimenticano, come Ossigeno per l’informazione, che ricorda tutti i cronisti uccisi, senza fare distinzioni, sempre e senza retorica”.  Sonia Alfano ricorda che la memoria del padre in questi anni è stato più volte diffamata. Nel 2011 l’ex collaboratore di giustizia Maurizio Sebastiano Marchetta, in particolare, aveva lasciato commenti offensivi sul web. Dal processo per diffamazione fu assolto per un soffio: un commento non fu reso pubblico, per un altro non fu possibile accertare l’indirizzo IP. Recentemente, a dicembre 2022, la Quinta Sezione della Corte Suprema della Cassazione ha dichiarato inammissibile la richiesta di ricorso presentata dallo stesso Marchetta contro la condanna per diffamazione nei confronti di un altro giornalista coinvolto nello stesso processo. “Questa notizia ha confermato l’idea che ho sempre avuto di questa persona”, dice Sonia Alfano sottolineando che “si tratta di un uomo che si è vestito con gli abiti dell’antimafia ma che, invece, avrebbe avuto legami con il boss Di Salvo quando ricopriva l’incarico di vicepresidente del Consiglio comunale di Barcellona Pozzo di Gotto”. (Dire)

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