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l’inchiesta

Colletti bianchi, politici e “uomini cerniera”. La ‘ndrangheta insospettabile di Piacenza

L’aspirante parlamentare da manager di successo a mafioso dalla faccia pulita. Il pezzo grosso della destra nella gang di Grande Aracri. Storie borderline al confine tra Lombardia ed Emilia Romagna

Pubblicato il: 06/07/2023 – 7:00
di Paride Leporace
Colletti bianchi, politici e “uomini cerniera”. La ‘ndrangheta insospettabile di Piacenza

Piacenza la “primogenita” perché prima città a votare il Plebiscito dell’annessione al Regno dei Savoia nel 1848. Una città emiliana che sembra lombarda per la sua stretta vicinanza con Milano. La sua posizione strategica l’ha fatta diventare l’area con la più alta concentrazione della logistica italiana con oltre diecimila lavoratori.
Nascosta ai grandi fari della comunicazione, anche Piacenza ha la sua ‘ndrangheta come in Lombardia ed Emilia Romagna.
La criminalità qui è cresciuta con l’innovazione di Nicolino Grande Aracri ma i manuali specialistici segnano anche la presenza del clan Vadalà-Scriva di Bova Marina, e le più recenti cronache non risparmiano i Piromalli e i Mancuso.

Terra di uomini cerniera e colletti bianchi

L’infiltrazione non è stata quella classica dei muratori che scalano da imprenditori l’edilizia e dei confinati che portano la copiata. Qui è terra di uomini cerniera, colletti bianchi insospettabili, immigrati calabresi di successo utili ai proventi dell’economia.
Nell’ultima chiusura indagini della Dda tra i 35 nomi spicca quello di Francesco Patamia, 35 anni, originario di Gioia Tauro. Nessuna cosca o precedente in questa ipotesi di accusa che conferma la profezia di Nicola Gratteri che aveva previsto per tempo che la ‘ndrangheta avrebbe approfittato della crisi economica del Covid per accaparrarsi le aziende in difficoltà come quelle del turismo romagnolo. E poi creare società “lavanderie” per pulire i soldi sporchi.

Patamia da manager di successo a 'ndranghetista dalla faccia pulita

Patamia da manager di successo a ‘ndranghetista dalla faccia pulita

Patamia si era candidato alle ultime elezioni politiche con i moderati di Lupi nel collegio di Piacenza e nell’intervista al Giornale aveva dispensato sane idee liberali. In un suo libro pubblicato da Rubbettino, con autorevole prefazione del ministro Martino, la sua nota biografica in copertina recita: «E un imprenditore ed esperto di programmazione europea, fondatore del Partito degli Europei e dei Liberali. Affermatosi giovanissimo come dirigente di azienda, è un convinto assertore della meritocrazia e dei valori di libertà e giustizia civile». Il suo libro era stato anche presentato a Gioia Tauro alla presenza del sindaco e non erano mancate da parte sua parole di incoraggiamento alla rinascita della Calabria, terra in cui curriculum e biografia indicavano la sua curatela a numerosi progetti sociali per la formazione e l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro.
Sul suo profilo Twitter, Patamia nelle ricorrenze delle stragi non mancava di pubblicare la foto di Falcone e Borsellino scrivendo di loro: «Seppur isolati da una certa magistratura hanno sfatato il mito dell’impunibilità della mafia».
Patamia, finito in carcere nell’ottobre scorso e ad oggi da considerarsi innocente, ha molto da spiegare agli inquirenti per una vicenda che ha fatto scalpore anche per la denuncia fatta dal primo cittadino di Cesenatico, Matteo Gozzoli, che ha dato fiato all’inchiesta.

SINDACO | Matteo Gozzoli

Patamia con il papà, anche lui finito nel dubbio affare, vengono accusati di essere le facce presentabili di una serie di operazioni finanziarie in cui avrebbero reinvestito e ripulito soldi sporchi delle famiglie Piromalli e Mancuso.
Il sindaco di Cesenatico, attento osservatore della munifica realtà economica locale, appartenente ad una storica famiglia di albergatori, ha parlato a lungo con gli investigatori segnalando attività della ristorazione che puzzavano di illegale. E quando aveva mandato i vigili urbani ad ispezionare non aveva mancato di riferire le presunte minacce proferite dal Patamia senior ad uno dei poliziotti della sua municipalità. Il dossier aveva iniziato a prender forma nell’estate del 2018, quando il sindaco al prefetto aveva segnalato che molte delle attività dei Patamia erano state cedute, ed era rimasto in piedi solo un hotel dato in affitto, e che era sempre chiuso fosse Pasqua o quando si disputa la gara ciclista Sette colli che nella città di Pantani registra sempre il tutto esaurito in ogni albergo. Patamia dovrà spiegare frasi intimidatorie proferite ad un imprenditore che sarebbe stato costretto ad accettare condizioni diverse da quelle pattuite per cedere un ramo della sua azienda. Uomini dei Piromalli a Cervia garantivano la loro vigilanza, e il giovane aspirante parlamentare, che a 18 anni aveva lasciato con la famiglia Gioia Tauro per trasferirsi a Piacenza, da manager di successo si è trasformato in ‘ndranghetista dalla faccia pulita emiliana.

Il pezzo grosso della destra piacentina nella banda di Grande Aracri

La vicenda fa il paio con Giuseppe Caruso, originario di Cosenza, ex presidente del Consiglio comunale di Fratelli d’Italia e funzionario dell’Agenzia delle Dogane, condannato in Cassazione a 12 anni di carcere complessivi; 4 per una truffa all’Agea (antico territorio di caccia della destra italiana) e il resto per essere organico alla banda di Salvatore Grande Aracri, nipote del più celebre Nicolino da Cutro, ed egli stesso noto con l’epiteto di “Calamaro”. Caruso dovrà anche risarcire il Comune di Piacenza per un milione di euro. Suo fratello Albino ne ha beccati anche lui sette anni di carcere per associazione mafiosa.
Curriculum da colletto bianco quello di Giuseppe Caruso: diploma di Ragioneria, consulente del lavoro, revisore dei conti, analista programmatore e infine dipendente alle Dogane per tre decenni. In politica sceglie Alleanza Nazionale e nel 2002 è consigliere d’opposizione, riconfermato nella tornata successiva, va male per un soffio con il Popolo della Libertà nel 2012. Va con Fratelli d’Italia, è la tornata del 2017 è quella buona perché vince il centrodestra nella città di forte radicamento progressista. Nel gioco delle poltrone gira bene per lui e scatta la presidenza del consiglio comunale. Caruso è chiaramente una figura di primo piano della destra piacentina, alcune foto lo ritraggono alla festa romana di Atreju in posa con Guido Crosetto.
Quando nel giugno del 2019 scattano gli arresti e i titoli si concentrano su Caruso, Salvini che in quel periodo sta al Viminale twitta: «Nessuna tregua e nessuna tolleranza per i boss, avanti tutta contro i clan» ben guardandosi di capire con chi si è alleato; Giorgia Meloni tutta tesa all’opposizione non può far altro che espellere Caruso e annunciare una propagandistica costituzione di parte civile al processo che non avverrà mai perché era solo una pezza a colori di convenienza.

Caruso e Giorgia Meloni (foto da Next Quotidiano)

Caruso era stato preso con le mani nella marmellata per un finanziamento milionario dell’Agea per produttori di riso che rischiavano di perdere il bando europeo per un debito con una banca e che avevano ricompensato con una mazzetta di 28.000 euro per la mediazione con un banchiere piacentino di peso. Caruso, organico alla cosca, spiegava presentandosi ai compari: «Io ho mille amicizie, da tutte le parti, bancari… oleifici… industriali, tutto quello che vuoi… quindi io so dove bussare… quindi se tu mi tieni esterno ti dà vantaggio, se tu mi immischi… dopo che mi hai immischiato e mi hai bruciato… è finita”. Il classico uomo cerniera che non deve apparire», infatti Salvatore Grande Aracri, “calamaro” si raccomandava di non dare troppo all’occhio e diceva: «Stai a casa, lasciami stare, vediamoci poco». E quindi Giuseppe Caruso al fratello Albino raccontava: «Io con Salvatore gli parlo chiaro, gli dico… Salvatò, non la dobbiamo affogare sta azienda, dobbiamo cercare di pigliare la minna e succhiare o no?». In questo modo andava a Piacenza dove hanno dovuto rimuovere l’elenco dei presidenti del Consiglio comunale in Municipio per manifesta infedeltà.
Andavano così le vicende a Piacenza e dintorni.

Tredici chili di coca nel doppio fondo di una valigia

Negli annali anche un ex sovrintendente della Stradale, persino decorato, che a Castelvetro Piacentino trovatosi in ambasce economica aveva ben pensato di riciclarsi come corriere dei Grande Aracri e loro informatore considerato che aveva ancora accesso ai sistemi informatici della polizia. Una carriera stroncata il 2 dicembre del 2014 all’aeroporto Maiquièta di Caracas quando i suoi ex colleghi venezuelani in una valigia dal doppio fondo trovano 13 chili di cocaina. Si è fatta difficile la vita degli uomini cerniera della nascosta ‘ndrangheta di Piacenza. (redazione@corrierecal.it)

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