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il processo

‘Ndrangheta vibonese, l’import “sofisticato” di quintali di cocaina dal Sudamerica svelato dalla Dda

Nella motivazioni dell’abbreviato di “Adelphi” la ricostruzione del sistema criminale Barbieri-Ventrici sostenuto dai Mancuso

Pubblicato il: 23/07/2023 – 13:00
di Giorgio Curcio
‘Ndrangheta vibonese, l’import “sofisticato” di quintali di cocaina dal Sudamerica svelato dalla Dda

VIBO VALENTIA Un’organizzazione criminale dedita al narcotraffico internazionale, con una divisione di compiti e ruoli ben definita. I quantitativi, anche ingenti, di droga, invece venivano importati dal Sud America e da Paesi quali Bolivia, Argentina ed Ecuador. Logiche criminali e modus operandi ricostruiti nel corso dell’inchiesta “Adelphi” della Dda di Catanzaro, risalente ad una decina di anni fa. Uno spaccato significativo delle attività della ‘Ndrangheta in Calabria e nel Vibonese, ben prima della maxioperazione “Rinascita-Scott”.

La prima sentenza

Gran parte del castello accusatorio confermato, almeno in parte, nel processo celebrato con rito abbreviato e dopo la prima sentenza emessa dal gup del Tribunale di Catanzaro qualche settimana fa. Emesse in tutto 8 condanne e sei assoluzioni. Condannati Nunzia Berardini, 6 anni di reclusione; Giuseppe Corsini, 4 anni, 7 mesi e 20 giorni di reclusione; Giorgio De Masi, 18 anni di reclusione; Rocco De Masi, 18 anni; Antonio Marte, 17 anni, 10 mesi e 20 giorni; Leonardo Marte, 18 anni e 20 giorni; Sebastiano Pelle, 18 anni; Mario Ursini, 18 anni. Assolti Gianpaolo Sebastiano, Giuseppe Nirta, Francesco Riitano, Antonio Scalia, Giuseppe Vitale, Cataldo Girasole.

La struttura criminale

Secondo gli inquirenti, e così confermato dal gup, a ripartirsi i compiti erano i promotori e organizzatori del gruppo criminale ovvero Giuseppe Accorinti, Pantaleone Mancuso “Luni Scarpuni” e il cugino “Luni l’ingegnere”. E poi Domenico Campisi, ucciso in un agguato di stampo mafioso a Nicotera il 17 giugno del 2011, i fratelli Salvatore e Roberto Cuturello, Ventrici e Vincenzo Barbieri, anche lui assassinato il 12 marzo 2011. Il tramite dell’importazione dello stupefacente dai Paesi sudamericani era Giuseppe Corsini, il collaboratore di giustizia condannato a 4 anni, 7 mesi e 20 giorni di reclusione. Nella motivazione della sentenza, i giudici scrivono che lo «stupefacente veniva abilmente occultato all’interno di materiale di copertura» come lattine di palmito, telai per macchinari agricoli e materiale legnoso. La droga arrivata solitamente al porto di Gioia Tauro, per poi essere spostato in altre città italiane, come Bari.

Le società ad hoc per le importazioni

I sodali – secondo quanto confermato durante il processo con rito abbreviato – «creavano ad hoc società che servivano da acquirenti e poi destinatarie del carico lecito», un modo per non destare i sospetti degli inquirenti. I carichi di droga, dunque, una volta arrivati in Italia venivano spostati in altri interporti, come a Bari con riferimento all’interporto e alla sede della società “Interlegno”, poi venivano spostati, molto spesso in Calabria, per procedere con l’estrazione dello stupefacente e il suo confezionamento. Un meccanismo articolato, tanto che alcuni sequestri dalle Forze dell’Ordine destavano sospetto nei sodali, che temono di essere stati traditi e raggirati. Le importazioni ingenti di droga venivano finanziate da ciascun componente del sodalizio criminale – scrivono i giudici nelle motivazioni – e ognuno di loro forniva la somma necessaria per l’acquisto e riceveva la propria parte nel momento in cui si procedeva alla sua estrazione dai materiali di copertura. Dopo l’estrazione e il confezionamento dello stupefacente, il gruppo spesso si rendeva conto che la qualità del narcotico non corrispondeva affatto a quella promessa al momento dell’acquisto dai narcos, creando così notevoli difficoltà nella vendita e nel conseguente pagamento dell’importo ricevuto.

Le importazioni di cocaina

Durante l’inchiesta della Distrettuale di Catanzaro, sono stati ricostruiti numerosi episodi legati all’importazione in Italia della droga. La attività – non tutte andate a buon fine – organizzate per poter importare ingenti quantitativi di cocaina dal Sudamerica sono numerose, già a partire dal 2009. Come, ad esempio, l’importazione nel febbraio 2009 di 250 kg di cocaina dalla Bolivia attraverso la società Bengioia s.r.l. con destinazione al porto di Gioia Tauro e transito all’interporto di Bari; l’importazione ad agosto 2009 di 350 kg di cocaina dalla Bolivia, attraverso la società Bengioia s.r.l., con destinazione al porto di Gioia Tauro e transito all’interporto di Bari. E poi ancora l’importazione a febbraio 2010 di 100 kg di cocaina dall’Argentina attraverso la società Hedonist s.r.l., con destinazione sempre il porto di Gioia Tauro, con transito all’interporto di Bari. Organizzata ancora l’importazione ad aprile 2010 di 1.650 kg di cocaina proveniente dalla Bolivia, attraverso la società Bengioia S.r.l. con destinazione il porto di Gioia Tauro e transito all’interporto di Bari e maggio e giugno 2010 di due partite di narcotico dal Brasile attraverso la società Nord Est Service S.r.l. e None Sagl S.r.l., con destinazione il porto di Gioia Tauro e transito all’interporto di Bari.

Il contrasto delle forze dell’ordine

Secondo gli inquirenti, e come confermato durante il processo con rito abbreviato, il sodalizio ha cercato poi di importare, a settembre 2010, 400 kg di cocaina dalla Colombia attraverso un cargo aereo della None Sagl S.r.l. con destinazione Milano-Malpensa. Transazione, questa, fallita a causa sequestro della partita di cocaina effettuato dal Das in Colombia il 13 settembre 2010. Ma le importazioni andate male sono numerose, anche grazie al lavoro svolto dalle forze dell’ordine e al coordinamento dalla Dda. Ad ottobre 2010 c’è stato il tentativo di importare dalla Colombia 500 kg di cocaina con un cargo aereo diretto a Milano-Malpensa. Altro tentativo di importazione fallito a novembre 2010: una tonnellata di cocaina proveniente dal Brasile attraverso la società Edilblu S.r.l. e None Sagl S.r.l., con destinazione il porto di Gioia Tauro e transito all’interporto di Bari individuata e sequestrata il 12 novembre 2010 nel porto calabrese (indagine Meta 2010). Altro sequestro ingente quello risalente all’8 aprile 2011 nel porto di Livorno: 1.200 kg di cocaina arrivata in Italia attraverso la società Bengioia S.r.l.. Tra gli altri tentativi falliti ci sono quelli relativi al periodo gennaio-marzo 2011 di 380 kg di cocaina dall’Argentina attraverso la società Sira Carpenteria S.r.l., i 1.500 kg di cocaina dall’Ecuador nel periodo ottobre 2009 – agosto 2011, i 50 kg di cocaina dal Brasile nel periodo ottobre-novembre 2010 con destinazione Gioia Tauro e le ulteriori trattative inerenti all’approvvigionamento di 2.500 kg di cocaina a Madrid e di 3.000 kg di cocaina in Nord Africa. (g.curcio@corrierecal.it)

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