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Oicofobia e Calabria, Gallo: «Abbiamo ripudiato l’ulivo per fare i bidelli»

Presentato il libro del professore Spartaco Pupo. La cura è «rileggere la Costituzione con la serenità e lo spirito costruttivo di chi l’ha ideata»

Pubblicato il: 26/08/2023 – 19:17
Oicofobia e Calabria, Gallo: «Abbiamo ripudiato l’ulivo per fare i bidelli»

CORIGLIANO ROSSANO «L’esempio storico forse più eloquente di oicofobia regionale lo abbiamo dimostrato quando in passato abbiamo ripudiato la tradizione e la cultura millenaria dell’ulivo che, da eredi dei magnogreci avremmo dovuto e dovremmo invece venerare e trattare come pianta sacra, per inseguire il posto da bidello, usciere, dipendente comunale o in altre istruzioni nazionali e comunitarie, quando le casse pubbliche erano usate anche per questa che si è dimostrata essere una distorsione. Ma lo facciamo ancora oggi quando ad esempio non ci poniamo la qualità come obiettivo da perseguire per creare reddito e sviluppo con le nostre risorse. Il problema dei problemi della nostra terra non è materiale, non è solo il gap di infrastrutture che c’è e va sanato ma che non può risolvere tutto; il problema dei problemi della Calabria è immateriale, di consapevolezza e di mentalità. Siamo la terra che per le sue proporzioni di biologico fa dire all’Italia di essere la nazione più biodiversa d’Europa, eppure ci manca troppo spesso la consapevolezza di non essere secondi a nessuno, sopratutto dal punto di vista agroalimentare ed enogastronomico».
È stato, questo, uno dei passaggi dell’articolato intervento dell’assessore regionale Gallo di ieri all’auditorium Alessandro Amarelli in occasione della prima presentazione regionale di oicofobia – il ripudio della nazione, con l’autore, Spartaco Pupo, professore di Storia delle dottrine politiche all’Università della Calabria promosso nell’ambito dell’ultima tappa di Estate al Museo 2023.

Il concetto di Oicomania

Coordinati da Lenin Montesanto, direttore dell’associazione europea Otto Torri sullo Jonio, storico partner del Museo e della Fabbrica di Liquirizia Amarelli, sul tema si sono confrontati anche l’alfiere del Made in Italy Pina Amarelli ed il direttore de l’Eco dello Jonio Marco Le Fosse.
Aprendo la serie degli interventi la professoressa Pina Amarelli ha sottolineato la qualità della ricerca e della riflessione politologica sulla oicofobia di cui il professore Spartaco Pupo da anni si sta facendo singolarmente interprete nel dibattito nazionale, ringraziando quindi Lenin Montesanto e l’associazione Otto Torri sullo Jonio per la collaborazione ribadita anche nella nuova ed ultima tappa di Estate al Museo e più in generale per la costanza ed efficacia dell’impegno di provocazione e promozione culturale portato avanti nella regione da oltre un ventennio.
«Ma se dovessimo coniare un termine di riflesso alla oicofobia e che – ha ironizzato il cavaliere del lavoro – possa meglio sintetizzare la collocazione storica e sociologica della secolare tradizione degli Amarelli in Calabria fino ai nostri giorni, sarebbe forse oico-mania; misurandosi così – ha aggiunto – la difesa e la promozione senza soluzioni di continuità, dell’identità territoriale, regionale e nazionale che da sempre ha distinto e distingue, attraversando tutte le diverse epoche, la famiglia, l’impresa, la missione di cui oggi siamo con orgoglio e visione eredi e continuatori».

La vera rivoluzione è restare

«L’esterofilia che nel nostro paese è un fenomeno crescente in tutti i settori, dall’architettura alla ristorazione, passando per la filosofia – ha detto Spartaco Pupo – non può che confermare il complesso oicofobico della sopravvalutazione, a tutti i livelli, di tutto ciò che è straniero, di un’insofferenza verso la propria cultura che, se si vuole, è anche un prodotto della contestazione sessantottina dell’autorità del padre, quindi del parricidio come primo passo verso la distruzione del noi-famiglia, del noi-patria e del noi-identità nazionale. Se c’è un’identità frammentata e difficile da orientare secondo valori universalmente accettati, quella è proprio l’identità italiana. Come se parlare di noi stessi non volesse dire altro che “valorizzare” un patrimonio identitario per farne oggetto di sciovinismo e nazionalismo. L’oicofobo si vergogna dell’Italia che giudica di volta in volta retrograda, illiberale, bigotta, clericale, mafiosa, ecc. Per questo, la stessa storia culturale dell’Italia è diventata una specie di tabù. Da qui l’esterofilia e gli invaghimenti per le espressioni culturali straniere. E da qui forse anche la tendenza a lasciare che siano gli stranieri ad occuparsi di noi, come dimostra il numero crescente delle traduzioni delle “storie” d’Italia raccontate da autori americani, inglesi, tedeschi e così via. Per guarire dall’oicofobia di quanti continuano a mescolare il proprio ego smisurato con un incurabile complesso di inferiorità nei confronti dei paradigmi morali stranieri, forse basterebbe – ha chiosato Pupo – rileggere la Costituzione con la serenità e lo spirito costruttivo di chi l’ha ideata».

Avversione verso le proprie radici

«Pur consapevoli della complessità che impone anche e sopratutto da un punto di vista di analisi politologica la riflessione sempre più attuale sulla oicofobia originalmente proposta dal professore Pupo, come patologia sociale occidentale, europea ed italiana, insistiamo e continueremo a dimostrare – ha più volte sottolineato Lenin Montesanto sollecitando sia l’autore, sia i diversi contributi dalla platea – che se uno dei sintomi più plastici di questo virus è la maggiore o minore o assente consapevolezza socio-economica degli autoctoni rispetto al proprio patrimonio agroalimentare ed enogastronomico, allora la variante calabrese della oicofobia nazionale resta sicuramente quella più grave, assurda, pervasiva ed insostenibile da tutti i punti di vista».
«Rischia, infatti, di diventare maniacale continuare a vantarsi sistematicamente, come Calabria, di avere 800 chilometri di costa e poi non trovare pesce dei nostri mari e piatti della nostra tradizione nella stragrande maggioranza dei menu della ristorazione regionale (così come invece avviene in tutte le altre regioni italiane); così come continuare a riconoscere di essere la terza regione d’Europa per biodiversità, come giustamente spiega ed esorta in tutti i contesti l’assessore Gallo e dover però prendere atto al tempo stesso di essere una delle prime regioni nella stessa Europa per tasso di obesità infantile (un odioso corto circuito) e senza alcuna filiera corta, stagionalità e tipicità nelle quasi totalità delle mense scolastiche; così come, infine, sapere di essere la seconda regione italiana per produzione olivicola e non riuscire a trovare purtroppo extravergini calabresi di qualità negli scaffali dei supermercati, ancora una volta nella stragrande maggioranza della ristorazione locale e – diciamolo senza alcuna ipocrisia – neppure nelle cucine e dispense delle nostre case. Oicofobia da capogiro!»
«In Calabria – ha detto Lefosse – c’è una drammatica avversione verso le proprie radici. Nella Sibaritide questa condizione è ancora più accentuata, tanto da portare le persone che vivono in questo territorio e soprattutto le nuove generazioni ad avere un ripudio, a provare schifo verso la propria identità. Perché succede tutto questo? Per due motivi di fondo: la mancanza di consapevolezza, alimentata da un vuoto culturale e da una ormai cronica assenza di servizi che acuisce ulteriormente un sentimento di disaffezione e rifiuto delle proprie origini».

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