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Rinascita Scott, la difesa del boss di San Gregorio: «Razionale 2.0 non esiste»

L’avvocato Murone esclude l’appartenenza di Razionale ai clan dopo la sentenza Rima. Dubbi sulla credibilità di Mantella

Pubblicato il: 09/09/2023 – 8:00
di Alessia Truzzolillo
Rinascita Scott, la difesa del boss di San Gregorio: «Razionale 2.0 non esiste»

LAMEZIA TERME Secondo l’accusa Saverio Razionale è stato e ha continuato a essere un boss anche dopo l’ultima, irrevocabile sentenza nei suoi confronti. Di più, l’accusa parla di una sorta di direttorio criminale nel quale Razionale è capo, organizzatore del sodalizio, partecipe ad un vero e proprio cartello ‘ndranghetistico trasversale rappresentativo delle locali di ‘ndrangheta della provincia di Vibo Valentia.
La difesa dell’imputato eccellente del processo Rinascita Scott, afferma, invece, che dalla sentenza del processo Rima non vi sia stata nessuna prosecuzione nell’appartenenza all’associazione mafiosa da parte di Razionale.

Avvocato Mario Murone

Chiamate in correità e contraddizioni

Il professore Mario Murone parte da un dato: «L’accusa dice che il dato intercettivo sarebbe stato, di per sé esaustivo per sostenere l’accusa. Dice, in sostanza che dei collaboratori di giustizia ne potevamo fare a meno».
«Il pubblico ministero – dice Murone – evita di confrontarsi con quelli che sono i grandi limiti che inficiano le chiamate in correità che riguardano la posizione di Saverio Razionale».
Allo stesso tempo l’accusa, afferma il difensore, nomina spesso le chiamate in correità, «pensate, ad esempio, alla continua menzione che fa il pubblico ministero del numero dei chiamanti in correità che riguardano la posizione di Saverio Razionale. Quasi a dire: “il numero è talmente nutrito per cui la rappresentazione del suo ruolo di organizzatore, promotore, componente di questo direttorio criminale, vien da sé, già solo per il fatto che più collaboratori di giustizia ne parlino”».
Secondo la difesa il pm non spende però parole per spiegare «per quale ragione le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, con riferimento alla posizione di Saverio Razionale, debbano ritenersi attendibili, dotate di coerenza, di quei criteri che la giurisprudenza ci ha insegnato per valutare questa particolare fonte dichiarativa. Non trovate una sola parole che vi consente di verificarne la costanza, il disinteresse, la spontaneità».
Bartolomeo Arena, per esempio, già nel 2018 affermava nei suoi interrogatori che «del tentato omicidio di Peppe Cirianni ne sta parlando Moscato» o che «dell’omicidio Gangitano ne sta parlando Andrea Mantella».
«Questi due argomenti basterebbero da soli a dire che la discovery è nulla rispetto alla conoscenza dei collaboratori di giustizia. Perché i collaboratori di giustizia, almeno alcuni, erano già pienamente consci di quello che era il portato dichiarativo degli altri collaboratori».
«Non ci dice ancora, il pubblico ministero, come l’accusa intenda superare quei momenti di contrapposizione del narrato dei collaboratori».
L’esempio torna su Bartolomeo Arena, a proposito dell’omicidio Gangitano, quando Arena «ha affermato che Andrea Mantella chiese a lui e a suo cugino di uccidere Filippo Gangitano», mentre «Andrea Mantella dice di non conoscere Bartolomeo Arena».
Sull’attendibilità del dichiarato dei collaboratori, «il dato dichiarativo sta là, nella sua contraddittorietà», dice Murone.
«Allora parlare genericamente dell’attendibilità dei collaboratori di giustizia, evidentemente, è un passaggio argomentativo che già ci dà l’idea limitatezza della valutazione effettuata dalla pubblica accusa».

Razionale 2.0

L’intercettazione del 22 febbraio 2017 «vi fotografa chi è Saverio Razionale», afferma il legale citando l’accusa. «Noi siamo gente di finanza, ci dobbiamo mettere in giacca e cravatta, lo capisci?», dice Saverio Razionale ad Antonino Delfino. Dialogo segnalato dal pm per rappresentare la figura di Razionale e il momento centrale della sua persistente appartenenza all’associazione mafiosa. «Il teorema sul quale si basa l’accusa», dice Murone, sarebbe quello che «c’è una partecipazione, in senso stretto, all’associazione mafiosa. C’è la delineazione di una partecipazione di Saverio Razionale alla gestione economica e finanziaria della struttura mafiosa» che viene delineata nel capo di imputazione di associazione mafiosa. I corollari che l’accusa accompagna a questo teorema prenderebbero tutti spunto, dice l’avvocato, da quella famosa intercettazione «giacca e cravatta, gente di finanza».
«Noi abbiamo un pubblico ministero che ci delinea una nuova figura di Saverio Razionale» e afferma che c’è il bisogno di confrontarsi con una «nuova veste dell’imputato che, dagli omicidi degli anni Novanta, dopo avere espiato la condanna del processo Rima, cerca di muoversi secondo un nuovo modus operandi». E questo modus operandi, rimarca la difesa, sarebbe quello dell’uomo che cura gli affari del gruppo criminale. Per usare un termine recente a descrivere questo nuovo Razionale, Murone parla di «Razionale 2.0», uno che «non fa più omicidi ma si occupa della gestione economico finanziaria dell’associazione. Questo vi vuole rappresentare il pubblico ministero».
Riprendo ciò che è stato detto in dibattimento, il legale prende a prestito le parole di Andrea Mantella che definisce Razionale «il Leonardo Da Vinci della criminalità organizzata. Un uomo intelligente, scaltro, particolarmente attento alla cura dei suoi interessi economici».
È proprio il collaboratore di giustizia Andrea Mantella che «conia questo nuovo Razionale 2.0».
«Sarebbe la bellissima trama di un film – dice l’avvocato –. Abbiamo di tutto: avvocati, politici, abbiamo il Vaticano addirittura. Abbiamo tutti gli elementi per dire che questo processo, sostanzialmente, ha una trama in cui c’è un protagonista di fondo che, per quanto riguarda la gestione economico finanziaria dell’organizzazione, somma intorno a sé tutta questa serie di relazioni. Mancano la Massoneria e il simbolico inchino che simboleggia il momento di magnificazione del controllo territoriale da parte della criminalità organizzata». 

«Il tallone d’Achille dell’accusa»

Ma, sostiene la difesa, l’accusa «comincia a capire dove sta il suo tallone d’Achille quando deve confrontarsi con le risultanze dei precedenti provvedimenti giurisdizionali. Perché qui – dice Murone rivolgendosi ai giudici – anziché sottoporre alla vostra attenzione gli argomenti che hanno portato altri giudici a raggiungere determinate conclusioni, il pubblico ministero vi chiede uno sforzo ulteriore. Vi dice: “Questa è la risultanza, però noi l’intercettazione la dobbiamo interpretare in quest’altro modo. Questo è il risultato probatorio però io vi chiedo uno sforzo, valutatelo diversamente”».
Altro esempio riportato dalla difesa è la parola «summit» che «sarebbe stata utilizzata dall’avvocato Pittelli, all’esito di un colloqui avuto con Razionale e con Luigi Mancuso», nel momento in cui l’accusa invita i giudici a «risentire le perizie, soprattutto quando si tratta del perito Fiordaliso. Perché, evidentemente il pubblico ministero non attribuisce a questo dato probatorio, che viene rassegnato dalla perizia da voi disposta – incalza Murone verso il collegio –, una valenza che sia confacente alla propria ipotesi accusatoria. A questo punto vi chiede uno sforzo in più, vi chiede di andare ad ascoltare direttamente l’intercettazione».
Ma, si chiede il legale «quando noi abbiamo un risultato procedimentale divenuto irrevocabile, quando abbiamo una perizia che ci dà determinati risultati, come facciamo a rimuovere quel dato? Quale tipo di criterio di valutazione applichiamo? Il criterio indiziario? Il criterio logico?»

La persistenza dell’appartenenza

«Se noi eliminiamo questa posizione di Razionale come uomo che gestisce in maniera economico-finanziaria l’associazione mafiosa, evidentemente viene meno tutto il resto. Perché è evidente che la pubblica accusa, per dare contenuto alla propria formulazione accusatoria, parte da quel dato che vi ho segnalato: la persistenza dell’appartenenza».
L’accusa, dice Murone, ha asserito di occuparsi di una porzione di condotta dell’imputato che è successiva al primo agosto 2005, data in cui è stata pronunciata la sentenza Rima.
Due gli elementi: c’è una sentenza irrevocabile che accerta l’appartenenza di Saverio Razionale alla cosca Fiarè-Razionale-Gasparro, che vi è il problema di accertare la persistenza di questa associazione «senza però rendersi conto che i conti non tornano», afferma l’avvocato e richiama l’imputazione della sentenza Rima, dove, dice, «non vi è alcun riferimento a Gregorio Gasparro. Quindi, dire che la struttura organizzativa Fiarè-Razionale-Gasparro sia la prosecuzione di quella vecchia struttura organizzativa evidentemente è un fuor d’opera perché stiamo parlando di due strutture completamente diverse».

«Non è vero che Razionale torna in una nuova veste»

Altro passaggio sul quale, arringa l’avvocato, «non tornano i conti» è il ruolo di Razionale quale «capo promotore, di direttore, di soggetto che si occupa della gestione economico-finanziaria della struttura che dirige e organizza… di soggetto che fa parte di quadrunvirato che aleggia al di sopra di tutte le strutture della criminalità organizzata della provincia, sarebbe stato necessario porsi un primo problema: il fatto che nel processo Rima, Razionale viene condannato con sentenza irrevocabile come partecipe e non come organizzatore».
Tra le altre cose il difensore, citando la sentenza Rima dice che Saverio Razionale è stato condannato «fino ad agosto del 1995. La parte di condotta che va dal 1995 al 2005 non è condotta di partecipazione rappresentata e accertata dalla sentenza Rima. È una condotta la cui sussistenza è stata esclusa con sentenza irrevocabile. Dunque noi non abbiamo un problema di rappresentare la persistenza della partecipazione. Perché noi, dal 1995 in poi la partecipazione di Razionale non ce l’abbiamo».
«Vedete – dice l’avvocato Murone ai giudici – non è vero che Razionale torna in una nuova veste, perché questa nuova veste non ha nulla a che vedere con la vecchia imputazione del processo Rima». A questo punto, afferma la difesa, l’accusa pone accanto a Razionale «tutta una serie di personaggi: una parte che potremmo definire l’ala militare, una parte che potremmo definire finanziaria (Antonino Delfino, per avere messo a disposizione il suo gruppo imprenditoriale a Razionale)». Nell’imputazione si parla di Saverio e altri indagati. «E quali sono questi altri indagati ai quali ha messo a disposizione il suo gruppo imprenditoriale? Quali sono i legami, col resto dell’associazione mafiosa, che hanno questi soggetti che gravitano su Roma e che sono, indubbiamente in contatto con Saverio Razionale? Ci saremmo aspettati un passaggio sul punto da parte dell’accusa».
Secondo l’avvocato Murone, la sentenza Rima «dà uno spaccato di quello che è il momento di disgregazione dell’appartenenza di Razionale alla struttura associativa e afferma che a far data dalla metà degli anni 90, quando Razionale ha subito l’attentato, non si può più parlare di appartenenza dello stesso».

I collaboratori

Anche alcuni collaboratori di giustizia, che hanno reso dichiarazioni prima dell’emissione della sentenza Rima, appoggerebbero questa tesi. Murone nomina Angiolino Servello, Iannello. «Sono collaboratori di giustizia che hanno escluso in maniera radicale, e ne dà atto la sentenza Rima, una partecipazione di Razionale all’associazione mafiosa in una data successiva all’agosto del 1995». Angiolino Servello, per esempio, dice che Razionale si sposta su Roma «perché ha deciso di staccarsi completamente dalla sua posizione originaria. Ha deciso di avviarsi a una nuova vita che nulla ha a che fare con l’appartenenza all’originaria associazione mafiosa».
Per quanto riguarda Andrea Mantella, l’avvocato Murone pone dubbi sulla credibilità del collaboratore «il cui incipit argomentativo è “Razionale  è un furbo”, “Razionale è uno che i fatti suoi non li dice”, “Razionale è il Leonardo da Vinci della criminalità organizzata” e poi nel corso di un colloquio gli riferisce tutti i particolari del duplice omicidio Soriano-Del Giudice. Allora Razionale li dice o non li dice sti fatti suoi?». Mantella ha anche definito Razionale «il mio maestro di crimine». «Ma – dice Murone – quando è diventato il suo maestro di crimine? Nel 1999 era già in carcere per omicidio. Sta fuori tre anni, si incontrano cinque o sei volte, stando a quello che dice Mantella. Anche se riscontri oggettivi a questo narrato non ne abbiamo».

Le intercettazioni «che smentiscono l’accusa»

Per quanto riguarda le intercettazioni, la difesa le analizza e afferma che «smentiscono in maniera puntuale l’impostazione accusatoria. Ci dicono esattamente l’inverso. Ci dicono che questi soggetti non hanno alcun rapporto con gli altri componenti dell’associazione».
Tra le altre viene citata l’intercettazione in cui Saverio Razionale dice, a proposito delle dichiarazioni di Andrea Mantella: «Su di me non può dire niente perché io sono tranquillo». «È un’intercettazione, non è una dichiarazione spontanea – fa notare la difesa –, non è un esame dibattimentale, non è un interrogatorio. È un’intercettazione».
In conclusione, afferma la difesa, «Razionale non solo non prosegue nell’appartenenza all’associazione mafiosa» ma emerge «l’insussistenza di elementi a suo carico». L’avvocato chiede, infine l’assoluzione dell’imputato da tutti i reati contestati. (a.truzzolillo@corrierecal.it)

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