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Delenda Carthago non si può. Ma sequestrare le emissioni di carbonio sì

Come salvare il porto di Gioia Tauro dalla carbon tax europea sulle navi? Una proposta in equilibrio tra catastrofe economica ambientale

Pubblicato il: 03/10/2023 – 13:35
di Lucia Serino
Delenda Carthago non si può. Ma sequestrare le emissioni di carbonio sì

Ricordate Carthago delenda est? Escludendo che i piani del presidente Occhiuto verso i porti del Nord Africa siano oggi quelli che ieri furono di Catone, c’è da prendere atto che la nettezza dei toni con i quali, in ogni occasione pubblica, il governatore della Calabria rilancia l’allarme sullo scippo dei traffici marittimi che l’altra sponda del Mediterraneo sta per compiere ai danni di Gioia Tauro restituisce la situazione di un pericolo imminente per l’economia e la competitività della regione.
Ci sono almeno tre considerazioni da fare a margine della vicenda normativa della carbox tax europea sulle navi che toccano porti europei, la cui imposizione scatterà dal 1° gennaio 2024 (pagamento un anno dopo, come tutte le tasse). La prima riguarda, per l’appunto, la voce del presidente Occhiuto praticamente solitaria nel panorama politico italiano. Porti ce ne sono ovunque, è evidente che l’allarme è proporzionato alla posta in gioco. Gioia Tauro è centrale nel Mediterraneo, abbiamo la conferma politica del valore economico di quello che c’è in casa. Rispetto al quale valore appare francamente una toppa peggiore del buco la rassicurazione fatta dal relatore della legge europea Jorgen Warbon (Christian Democrats) dei limiti delle 300 miglia. Il parlamentare svedese dimostra di essere poco esperto delle mappe di navigazione a Sud. 
C’è il rischio – ed è la seconda considerazione – che la vicenda di Gioia Tauro si inserisca nel clima già caldo della campagna elettorale per le prossime europee. Ieri, ad esempio, il ministro per le Infrastrutture, Matteo Salvini, collegandosi da Trieste con Tropea, a un meeting sul ponte organizzato dalla Confsal (il sindacato autonomo dei lavoratori) ha dato un assaggio di quello che potrebbe succedere tra poco. La questione – ha detto il ministro – riguarda Bruxelles, speriamo che il nostro commissario europeo se ne ricordi. Frecciata evidente a Gentiloni. Bisognerà, dunque, fare molta attenzione alla bolla del conflitto politico e a derive ingenerose e preoccupanti che pure iniziano a circolare, tipo «importiamo barchini ed esportiamo portacontainer».
Infine la questione più seria, alla quale già abbiamo accennato su questo giornale. La questione energetico/ambientale. La vicenda Gioia rischia di finire come la vicenda del rione Tamburi a Taranto. Cioè ci costringerà a scegliere tra lavoro e salute. Che il combustibile usato dalle navi sia fortemente inquinante è oggettivo. Che al momento non ci siano soluzione alternative è altrettanto certo. Noi, è paradossale ma è così, stiamo discutendo di come tutelare occupazione ed economia rispetto a un interesse che dovrebbe preoccuparci di più, cioè la cura dell’ambiente e dunque in ultima analisi le nostre vite e quelle dei nostri figli. Era tutto ampiamente previsto. Forzare la mano sulla transizione energetica non è però come forzare la mano su una Ztl del centro storico. Ma non si può arretrare, d’altra parte, rispetto agli obiettivi europei di decarbonizzazione.  E allora? C’è bisogno di neutralità ideologica e tecnologica su questi temi oltre che di un sistema sociale di compensazione all’eventuale catastrofe economica. Modello Covid, nell’attesa di impiegare non combustibili alternativi che al momento non abbiamo ma tecnologie utili che avanzano (tra l’altro proprio grazie alla ricerca italiana) come quella del sequestro delle emissioni di carbonio. Nell’attesa che l’Europa cambi la norma si può lavorare su quest’ipotesi andando oltre la denuncia? Ci sono altre proposte? (redazione@corrierecal.it)

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