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«Ho lasciato la Calabria diverse volte. La mia “vita mobile” di migrante intellettuale»

Massimo Cerulo, la «controra» e la «spartenza» da una terra che ti ha formato ma non ti dà lavoro. «Ecco perché tutti dicono “non tornare!”»

Pubblicato il: 08/10/2023 – 13:00
di Eugenio Furia
«Ho lasciato la Calabria diverse volte. La mia “vita mobile” di migrante intellettuale»

Massimo Cerulo ha da poco scritto un libro (“Spaesati”, il Mulino) con il suo maestro Paolo Jedlowski: parla di migrazioni, delle nostre identità liquide – non più da sedentari ma da nomadi – e della “pendolarità allargata”. Ma anche del partire come lacerazione (dal latino pars, parte). Chi più di lui può raccontarci cosa si prova a partire per perdere una parte di sé?  

• CHI È Massimo Cerulo
Cerulo, cosentino, è chercheur associé al Cerlis (Cnrs) dell’Université Sorbonne di Parigi. Ha conseguito la nomina a professeur invité presso l’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi (Ehess-ministère de la Culture de la République Française); professore di sociologia, ha svolto attività di insegnamento, studio, ricerca in diverse università straniere, tra cui: Usi (Università della Svizzera italiana, Lugano), Université Paris 1 “Panthéon-Sorbonne” (Francia), Université du Québec à Montréal (Canada), University of Cambridge (UK); University of London (UK); Université Catholique de Lille (Francia); Freie Universität (Berlino); Iresco (Parigi); Iscte (Lisbona); Nouvelle Université de Sofia (Bulgaria). La sua parabola racconta di una continua migrazione – doppia sarebbe dire poco – e da un anno è ritornato al Sud Italia, vincitore della cattedra da ordinario in Sociologia alla Federico II di Napoli.

Quando e perché ha lasciato la Calabria?
«L’ho fatto diverse volte. Ma quella che è stata dirimente per la mia carriera accademica si è verificata nel dicembre 2007, quando vinsi una borsa di specializzazione postdoc presso la Scuola di Alti Studi “San Carlo” a Modena, per poi vivere tra Berlino e Parigi. In quella indimenticabile Scuola, lavorai con Remo Bodei, Marc Augé, Wolfgang Schluchter. Fu un’esperienza che mi aprì le porte della ricerca all’estero. Prima in Germania, poi in Svizzera e in Francia, a Lille e poi stabilmente a Parigi, dove trovai la mia dimensione ideale. Tenga presente che mi ero formato in sociologia nell’Università della Calabria, sotto la guida di Paolo Jedlowski, un milanese “emigrato” al Sud. Forse è stato lui a insegnarmi il valore delle partenze, delle migrazioni intellettuali, delle vite mobili».

Rimpiange o le manca qualcosa? 
«Rimpianti e mancanze sono presenti, certo. Ma sa, è sempre una sensazione ambivalente, di amore-odio. Da una parte, pensi alla Calabria con amore, perché è la terra che ti ha nutrito, ti ha permesso di studiare e crescere, diventare giovane. Dall’altra, provi rabbia se rifletti sugli annosi problemi che la caratterizzano e all’imbarazzante numero di ragazze e ragazzi costretti ancora e sempre a “emigrare”. Questo sentimento ambivalente lo percepisco in maniera straziante quando ritorno per le feste natalizie, per vedere i miei genitori (mio padre vive a Cosenza, mia madre a Castrolibero). L’arrivo è solitamente carico di gioia: si incontrano parenti, amici di vecchia data, si riscoprono parti del paese o della città dalle quali si mancava da tempo. Ci si aggiorna sul prosieguo della vita di persone che ti hanno accompagnato durante l’adolescenza o la prima giovinezza. Col passare dei giorni, però, il mio sguardo inizia ad affaticarsi nel contemplare tale panorama mobile. Si verifica così un duplice processo carico di ambivalenza. Da una parte, sono costretto a prendere atto del passare del tempo: nuove rughe sulle gote dei genitori, persone care dipartite, pezzi di quartiere che non esistono più. Il passato ritorna nel presente sussurrando il dolore, inevitabile, delle perdite. Dall’altra, arriva la sensazione paradossale di un presente immobile, schiacciato sul passato, che ben si traduce nella nota espressione dell’emigrato che ritorna al suo paese natio e afferma: “non è cambiato nulla. Non cambierà mai nulla”. È come se ci si trovasse bloccati all’interno del Quadrato nero, un dipinto emblematico di Kazimir Malevič, in cui sembra di trovarsi precipitati a un punto zero dell’esistenza. Sento così la necessità di legittimare una nuova partenza. E mi risuona in mente l’affermazione pasoliniana sull’impossibilità di vivere di un passato amore, pena la mancata crescita della propria anima. Ecco: la Calabria è il mio passato amore».

Cosa salva della Calabria? 
«Il mare, gli spazi, le illusioni.Le ombre generate dalla luce abbacinante a quei meridiani. A volte mi chiedo: il Sud è un sogno? Forse sì. E ogni volta che riparto verso Nord fingo di dimenticare da dove vengo. Convincendomi che basti una pennellata di rabbia per farlo. Oltre a citare a memoria due note strofe di una poesia di Quasimodo: “Ma l’uomo grida dovunque la sorte d’una patria. / Più nessuno mi porterà nel Sud.” Ecco:lacerato da quella che definisco «spartenza» dalla Calabria, è come se faticassi a ritrovare una nuova patria nella quale costruire una rinnovata esistenza. Chiaramente generalizzo ed esagero. È chiaro che ciascuno porta avanti la propria vita nelle città in cui viene a trovarsi. Eppure, ricordo questo brusio interiore che ha sempre accompagnato la mia permanenza nelle città “straniere”: una sorta di voce della memoria che mi faceva rivolgere il pensiero al Sud, ai luoghi di origine, a ciò che avevo abbandonato. Elio Vittorini, nella sua Conversazione in Sicilia, lo definiva “un lamento in me, come un piffero che suonasse lamentoso”. Ho divagato, mi scuso. Ma è l’effetto che mi fa la Calabria: naturalisticamente meravigliosa, inarrivabile, una sorte di Circe pronta ad ammaliarti con le sue illusioni. Peccato che il risveglio arrivi presto…».

Cosa non le piace del posto dove vive adesso? 
«Premesso che vivo regolarmente in più città, direi che all’estero io senta la mancanza della qualità della vita italiana: le risate e le battute nei mercati enogastronomici di quartiere, le trattorie, il clima mediterraneo, i prodotti della dieta omonima. Gli atteggiamenti italiani, caratteristici soprattutto del Meridione, di non prendersi troppo sul serio. E poi, se posso permettermi di sprofondare nel provincialismo, la nostra abitudine della “controra”: quella regola postprandiale della pennichella che non può essere disturbata per nessun motivo. Ecco: questo in Francia, Germania, Svizzera, Canada, è ben difficile da trovare».

Com’è strutturata la comunità dei calabresi nel luogo in cui vive? 
«I calabresi sono ovunque (in Francia risultano residenti circa 35mila persone di origine calabrese, fonte Aire – ndr). Pensi che in Canada entrai in contatto con un’associazione di cosentini che si offrirono di guidarmi alla scoperta di Montréal. E l’altro giorno, un collega australiano di Melbourne mi raccontava della numerosa presenza di calabresi nel suo quartiere. Non mi sembra vi sia una strutturazione particolare: all’estero conta la provenienza. E non quella nazionale, bensì quella regionale o provinciale, questo è un punto importantissimo: difficilmente calabresi e veneti o campani, ad esempio, si trovano insieme, ma si tende a costituire e mantenere enclave simili per lingua (dialetto), abitudini gastronomiche, tradizioni culturali. Sono forme di protezione e resistenza alle influenze estere ed esterne, tese a tutelare le proprie origini. Come ricordava spesso proprio Remo Bodei, esiste un’altra Italia fuori dall’Italia, dove permangono, tra gli emigrati, codici etici e forme di comportamento che tendono a cristallizzarsi in norme abbastanza rigide».

Qual è secondo lei la forza dei calabresi fuori dall’Italia?
«Direi la forza dell’immaginazione generata dalla rabbia nei confronti della Calabria. Intendo quella rabbia maturata rispetto alla tua terra natìa che, dopo gli studi, ti ha costretto ad abbandonarla. Quella terra che magari ti ha permesso di formarti e laurearti, ma non ti ha consentito di trovare opportunità lavorative consequenziali. Quella terra che continui ad amare. Quella terra verso la quale forse ripartiresti subito, se mai si creasse un’opportunità sensata. Ecco: questa rabbia ci dona spesso una tale forza che ci consente di non abbatterci di fronte alle difficoltà, di continuare a insistere, a credere nelle nostre capacità per dimostrare agli altri quanto valiamo (nonostante siamo meridionali, provenienza ancora oggi foriera di etichettamenti negativi)».

Massimo Cerulo ha da poco scritto un libro (“Spaesati”, il Mulino) con il suo maestro Paolo Jedlowski

Ci sono, al contrario, degli stereotipi che ci inchiodano a luoghi comuni non più attuali o comunque folkloristici e frutto del pregiudizio? 
«Provo a risponderle formulando altre domande che mi aiutano nella riflessione:perché vi è spesso una critica al Meridione anche (o forse soprattutto) da parte di meridionali? Perché vi è una diffusa convinzione che soltanto la partenza possa salvare le giovani generazioni, poiché la Calabria sarebbe un malato privo di rimedi? In diversi casi, non si tratta di stereotipi costruiti dalla voce del popolo, da un certo tipo di opinione pubblica, da gruppi partitici-politici di stampo populista? Certo è che, come dicevo prima, gli stereotipi sui calabresi mammoni, ‘ndranghetisti, arroganti, scansafatiche, permalosi e vendicativi, continuano a esistere, eccome. Un mio collega, anche lui calabrese emigrato in Inghilterra per molti anni, sottolinea come lo stereotipo non sia soltanto qualcosa di ideale. Ma ha un peso e un effetto materiale. Ti fa male. Ti segna. E, da espatriati-spaesati, lo si porta per anni sulla propria pelle».

Cerulo a San Francisco in una pausa durante un convegno

Tornerà in Calabria? 
«Per rispondere alla sua domanda, forse dovrei utilizzare le parole di Martina Bruni (artista autrice della mostra “Chiavi in prestito”): non me ne sono mai andato e non sono mai ritornato. Tuttavia, devo ammettere che ho spesso considerato il ritorno come un fallimento, tranne nei casi di feste comandate, o vacanze estive, o ancora, più raramente, quando si ritorna perché si è ottenuto un “posto” lavorativo al Sud. In tutti gli altri casi, è come se vigesse una regola scritta: non tornare. Resta nella città dove ti sei trasferito nel tentativo di essere, di diventare qualcuno, di raggiungere degli obiettivi. O, almeno, facendo credere di esserci riuscito. E forse non è un caso che al Sud, quando ritorni magari per le festività natalizie, una delle prime domande che mi viene rivolta da famigliari e amici è: «quando riparti?». Come se il ritorno, il nostos, presupponesse la necessità di una ripartenza, una sorta di respiro per prendere la rincorsa e tornare a saltare, a investire nella vita al Nord, a prescindere dalle modalità in cui quest’ultima viene effettivamente svolta. Si vive in altri luoghi tentando di essere, ovvero sforzandosi di dare realizzazione alle speranze e agli investimenti che sono stati prodotti sulla propria esistenza, sia da sé stessi che dalle famiglie di origine. Questa spinta, che a volte assume i tratti di una promessa consegnata a una persona cara o defunta, funziona spesso da motore che spinge ad agire, a credere nelle proprie capacità, a non abbandonarsi ai momenti di sconforto o addirittura depressione che possono verificarsi nel corso della costruzione della propria vita lontano dalla famiglia di origine. È una questione che definirei di “aderenza”: col tempo e con la pratica ci si abitua ai nuovi luoghi in cui si vive. Tuttavia, per quanto possiamo educarci all’aderenza, maturare esperienza di un determinato ambiente, non potremo mai aderire del tutto. Detto questo, il richiamo della terra calabrese è in me sempre presente, non posso mica negarlo. Come scrisse una volta Alfonso Gatto: “Tutti, alla fine, ritorneremo al Sud / compreremo un pezzetto di terra / e scriveremo le nostre memorie”».

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