A Cosenza il racconto della morte di Carolina Picchio, 14enne vittima di cyberbullismo
Si è tolta la vita per colpa dei bulli. Il padre: «I ragazzi ascoltano le sue parole, facciamo fatica ad intercettare i genitori»

COSENZA Carolina Picchio si è tolta la vita a 14 anni per colpa dei bulli. Intelligente, animata da una profonda passione per lo sport, viene presa di mira da alcuni bulli e nella notte, tra il 4 e il 5 gennaio 2013, la sua anima fragile da adolescente cede dinanzi alle vessazioni. Carolina si toglie la vita. La sua storia è un pugno nello stomaco, la racconta ad una vasta platea di studenti il papà Paolo Picchio, Presidente della Fondazione Carolina, nel corso di uno dei panel organizzati nell’ambito della rassegna Music for Change 2023 (organizzata dall’associazione Musica contro le mafie), ospitato nel Museo delle Arti e dei Mestieri (Mam) di corso Telesio a Cosenza. «Ogni anno incontriamo almeno 70.000 ragazzi», racconta al Corriere della Calabria.
Il racconto di quella maledetta notte
Era novembre e Carolina Picchio, dopo aver mangiato una pizza con gli amici, si chiude in bagno. Ha bevuto troppo e perde conoscenza. Diventa preda di alcuni ragazzi che le si avvicinano, simulando atti sessuali. Ai gesti riprovevoli, si aggiungono insinuazioni e comportamenti espliciti. Le scene vengono catturate dalla fotocamera di un cellulare, il video diventa virale. Nelle chat il filmato viene condiviso, commentato, ricondiviso.

La macchina del fango si aziona, la 14enne di Novara non regge agli insulti, alle accuse di chi mette in dubbio la sua reputazione. Il cortocircuito provocato da quell’odio, non solo virtuale, spinge Carolina a compiere un gesto estremo: disperata, si getta dalla finestra della sua cameretta. Prima però, Carolina trova la forza di prendere carta e penna e scrivere una lettera, nella quale fa nomi e cognomi dei colpevoli. Per il Tribunale dei Minorenni di Torino sarà la prova madre nella celebrazione del primo processo sul cyberbullismo in Italia. Tutti hanno dichiarato la propria responsabilità e sono state esemplari le pene comminate, con percorsi di messa alla prova fino a 27 mesi. L’unico maggiorenne all’epoca dei fatti aveva già patteggiato con la condizionale a poco più di un anno.
«Facciamo fatica ad intercettare i genitori»
«I ragazzi recepiscono il messaggio di Carolina, ascoltano le sue parole. Quando leggiamo la lettera di Carolina, che è la scritta per loro, la sentono. Purtroppo abbiamo un grosso problema ad intercettare i genitori», confessa Paolo Picchio. «I genitori sono i primi educatori, sul tema del web non li sentiamo vicini. Forse per loro non è una responsabilità mentre invece l’educazione sul web è la loro prima responsabilità». «Noi dovremmo dare delle regole ai genitori affinché possano trasferirle ai propri figli – continua – perché purtroppo il mondo del web è talmente vasto e talmente difficile che non consente ai genitori di conoscere bene le varie app». Ed allora «tutto cambia se danno delle istruzioni generali di comportamento, è importante capire che quello che fai nella vita reale lo devi trasferire poi anche nella vita digitale». (f.b.)