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«Micro-cosche per concludere affari». Così la ‘ndrangheta “puntava” il Comasco

Il modus operandi dei clan nelle motivazioni della sentenza del processo “Cavalli di razza”. «L’imprenditoria in affari con le cosche»

Pubblicato il: 31/10/2023 – 16:20
«Micro-cosche per concludere affari». Così la ‘ndrangheta “puntava” il Comasco

MILANO Il «modo di essere» della ‘ndrangheta in Lombardia è caratterizzato dalla «convivenza e, a tratti», dalla «cooperazione» di «più micro-organismi, dotati di autonomia operativa, all’interno del medesimo territorio», i cui «aderenti perseguono interessi individuali, non di rado entrando in competizione tra loro».
Il tutto «mantenendo però sempre forme di solidarietà collettiva e cooperazione, che costituiscono la condizione imprescindibile» affinché la «unica associazione» mafiosa «sopravviva» e «possano proseguirne i traffici illeciti». Lo scrive il Tribunale di Como in un capitolo, intitolato “le linee di tendenza della ‘ndrangheta in Lombardia”, delle motivazioni della sentenza con cui a fine aprile ha inflitto otto condanne, anche per associazione mafiosa, fino a 16 anni e 10 mesi di reclusione e ha assolto tre persone nel processo scaturito dal maxi blitz “Cavalli di razza” conto la ‘ ndrangheta nel Comasco. Indagine coordinata dai pm della Dda di Milano Pasquale Addesso e Sara Ombra che nel filone con rito abbreviato aveva già portato a 34 condanne per un totale di oltre 200 anni, con la pena più alta, 11 anni e 8 mesi, per lo storico boss della ‘ Ndrangheta in Lombardia Bartolomeo Iaconis. A oltre 16 anni con rito ordinario è stato condannato Daniele Ficarra, mentre ad Antonio Carlino sono stati inflitti 16 anni, così come ad Alessandro Tagliente.
Tra gli imputati assolti Giuseppe Iaconis, figlio di Bartolomeo. Dagli atti era emerso che Attilio Salerni (in abbreviato 8 anni) e il fratello Antonio (8 anni e 4 mesi) sarebbero stati gli esecutori materiali «di violenze e minacce nei confronti dei dirigenti» della Spumador Spa, azienda di bevande gassate finita nella morsa dei clan e per la quale era stata disposta l’amministrazione giudiziaria per infiltrazioni mafiose, poi revocata.
Dall’inchiesta, scrivono i giudici, è stato «sfatato il falso mito della ‘ndrangheta che, come un male serpeggiante, si infiltra in un tessuto economico sano, contaminandolo». È emersa, invece, una «imprenditoria che non si limita a “subire” la ‘ Ndrangheta , ma si pone in affari con la stessa, spesso prendendo l’iniziativa» e ricavandone «vantaggi». (Ansa)

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