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inchiesta garden

Il potere dei Latella-Borghetto e i rapporti con i rom messi a rischio da una rissa. «Ci dobbiamo ammazzare dai balconi?»

L’episodio del 2021 legato ad un furto di una bici. Un affronto che ha rischiato di incrinare i legami con la cosca

Pubblicato il: 15/11/2023 – 11:19
di Giorgio Curcio
Il potere dei Latella-Borghetto e i rapporti con i rom messi a rischio da una rissa. «Ci dobbiamo ammazzare dai balconi?»

REGGIO CALABRIA Tutto inizia con una rissa avvenuta per strada, tra le vie del quartiere “Ciccarello” di Reggio Calabria. Da una parte c’è Paolo Latella, dall’altra Massimo Berlingeri e un altro soggetto soprannominato “u Lillu” ovvero Domenico Berlingeri, entrambi uniti da vincoli parentali con il più noto Davide Berlingeri (indagato nell’inchiesta Garden) essendo i fratelli della madre di quest’ultimo. Ne seguiranno fasi concitate: alla rissa prende parte anche Eugenio Borghetto, con il tentativo di calmare gli animi, ma il risultato è che Latella riporterà lesioni al viso causate, a suo dire, da un colpo di casco da motociclista sferrato da uno dei presenti.

La rissa per una bicicletta

L’episodio è stato riportato dal gip del Tribunale di Reggio Calabria, Tommasina Cotroneo, nell’ordinanza che ha portato all’arresto di 26 persone nel corso dell’operazione “Garden”, coordinata dalla Distrettuale antimafia di Reggio Calabria. E cristallizza quello che è lo scenario – a febbraio 2021 – in uno dei quartieri periferici di Reggio e il totale asservimento dalla comunità rom alla cosca Borghetto-Latella. Paolo Latella, cl. ’70, ed Eugenio Borghetto, cl. ’68, sono finiti entrambi in carcere e rappresentano, per gli inquirenti, i vertici della ‘ndrina del territorio. Ad accendere gli animi, così come scrive il gip tra le 1.800 pagine dell’ordinanza, è stato un episodio che ha rappresentato a tutti gli effetti un vero affronto. Nell’abitazione di Latella, infatti, la sera del 23 febbraio 2021, entra Giovanni Mileto, coniuge di Maria Cuzzola, figlia di Natale e di Silvana Borghetto, quest’ultima sorella dei più noti Cosimo ed Eugenio detto “Gino” e comunicava a Paolo Latella di avere avuto un diverbio con alcuni soggetti di etnia rom, residenti nel rione Ciccarello, e di essere stato malmenato dopo il furto di una bicicletta di proprietà di tale “Giampiero”. L’episodio della rissa sarà poi oggetto di discussione in casa Latella tra Paolo Latella, protagonista principale della lite, il figlio Angelo e Gino Borghetto che, come già detto, «era intervenuto a placare gli animi ed a tenere a bada gli impulsi scomposti e violenti di Paolo Latella». Quest’ultimo, però, aveva perso le staffe e non aveva tollerato quell’affronto ad un suo nipote in ragione del suo status di boss mafioso.

Il pugno sferrato per strada

«…mi ha detto… ho preso un pugno da tuo padre senza avere colpa, che sono andato a dirgli Paolo ma che stai facendo che siamo noi.. cioè nel senso stai alzando mani a noi, cioè nel senso se siamo (…) secondo te ma noi ci meritiamo ste cose? Noi ci meritiamo ste cose?». A parlare è Angelo Latella, cl. ’90 anche lui arrestato, mentre riporta una conversazione avuta con gli esponenti della comunità rom. Il figlio ed il cognato, Gino Borghetto, ribadivano quindi a Paolo Latella di aver sbagliato: i nomadi, infatti, erano andati a trovarlo a casa solo per comporre la questione in modo pacifico e si erano detti basiti della reazione violenta. I nomadi – riporta ancora il gip nell’ordinanza – ribadivano ad Angelo Latella che erano stati sempre a disposizione della cosca, «pronti a qualsiasi comando e che mai si sarebbero permessi di recarsi dal boss Paolo con intenzioni belliche».

Il totale “asservimento” della comunità rom

L’episodio, come è perso poi nel corso dell’inchiesta, aveva rischiato anche di compromettere i rapporti con il prezioso Davide Berlingieri, ed è per questo che Angelo Latella si era poi recato da lui per un chiarimento. Berlingieri si mostra dispiaciuto e, più di tutto, riteneva che non avrebbero «meritato quella reazione» in quanto erano a loro disposizione «e pronti ai loro comandi anche ad eseguire ordini di commettere omicidi» scrive ancora il gip nell’ordinanza. «(…) allora perché io non voglio litigare mai perché non è che uno si litiga e poi può finire là una cosa ragazzi, non ci si deve litigare, uno non può andare a litigare…». «Io non litigo ti sto dicendo che non litigo però loro hanno sbagliato Gino». Intanto continua lo scambio di vedute tra Eugenio Borghetto e Paolo Latella. «(…) perché uno quando si bisticcia deve capire che può prendere un pugno, poi che fai? Lo denunci? Si deve andare ad ucciderle le persone…». Per gli inquirenti, tesi confermata anche dal gip, la conversazione ha messo a nudo il rapporto di dipendenza ed asservimento della comunità nomade alla cosca Latella-Borghetto. I nomadi, dunque, erano terrorizzati per il contrasto con Paolo Latella, nonostante il clamoroso errore commesso da quest’ultimo «riconosciuto a più riprese dagli stessi Latella Angelo e Borghetto Gino, nonché timorosi per possibili azioni ulteriori della cosca chiedevano al figlio di questi, se costui avrebbe accusato il colpo senza ulteriori reazioni. I nomadi, infatti, erano «consapevoli che Paolo Latella, grazie alla sua posizione di vertice nella ‘ndrangheta reggina» e della proiezione esterna della sua immagine rispetto alle altre famiglie mafiose, «sarebbe potuto passare ad azioni gravissime per essere stato umiliato a seguito di quella lite» anche con la «sola presenza dei nomadi accorsi presso la sua abitazione ed a seguito del colpo ricevuto per il tramite di un casco da motociclista».

«Dopo la rissa di stasera non voglio sapere più niente»

Angelo Latella, infatti, riportava ancora cosa gli aveva detto uno dei nomadi: da quel momento in poi prima di spendersi per i Borghetto-Latella, ci avrebbe pensato due volte. «(…) non ci ha mai potuto vedere e Lillo mi ha detto Angelo, se mi avesse chiamato tuo padre e mi diceva “ne dobbiamo ammazzare 11” io sarei andato stasera, ma dopo quello che ho visto stasera, io con i mei occhi, non voglio sapere più niente e ha detto Angelo noi eravamo sempre a disposizione e lo sai basta che alzavi un dito…». A questo quadro, si aggiungono poi le preoccupazioni della famiglia e della moglie di Borghetto, in merito alla incapacità di Paolo Latella di astenersi dal punire l’affronto subito. «(…) perché tu ora pensi che tuo padre, dopo che gli hanno menato col caco, se la tiene? Ora come si riprende un poco, scende lì sotto e fa l’asino un’altra volta…». Era grande, quindi, la paura dei Latella-Borghetto legata alla possibilità concreta dell’avvio di un altro fronte di guerra di cui non avevano certo bisogno dopo le guerre di mafia già sopportate. È Angelo Latella a calmare, ancora una volta, gli animi: «Zia, la guerra è finita qui davanti e ne apriamo un’altra ora con gli zingari in modo da ammazzarci dai balconi? Ma io devo andare a farmi la galera? Uno si deve stare zitto e basta, è inutile dire che sono andati a casa loro». (g.curcio@corrierecal.it)

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