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inchiesta “case popolari”

Cinquemila euro per una casa popolare. «A Reggio decide la ‘ndrangheta, poche speranze per un cittadino comune»

Il racconto del pentito Seby Vecchio: «Così importanti bacini di voti confluiscono sul candidato della cosca di riferimento»

Pubblicato il: 15/02/2024 – 18:57
di Mariateresa Ripolo
Cinquemila euro per una casa popolare. «A Reggio decide la ‘ndrangheta, poche speranze per un cittadino comune»

REGGIO CALABRIA È la ‘ndrangheta che «decide le assegnazioni delle case popolari in tutta la città di Reggio Calabria, in particolare ad Archi, Arghillà e Modena». Per i comuni cittadini? «Poche speranze». È un quadro desolante quello che emerge dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Seby Vecchio, poliziotto sospeso ed ex assessore comunale di Reggio Calabria. Nel corso di un interrogatorio, Vecchio racconta i dettagli di quello che sarebbe il modus operandi dei clan reggini per gestire e pilotare le assegnazioni degli alloggi popolari, con un fine ben preciso. A detta di Vecchio ci sarebbe una commistione tra ‘ndrangheta e politica: «L’assegnazione illecita degli immobili permette alla criminalità organizzata di gestire importanti bacini di voti da fare confluire sul candidato della cosca di riferimento». Il verbale è contenuto nelle carte dell’inchiesta “Case popolari” della Dda di Reggio Calabria che ha portato all’arresto di 9 persone (2 in carcere e 7 ai domiciliari) accusate di far parte di un’associazione a delinquere finalizzata alla gestione illecita di immobili di edilizia popolare e alla commissione di condotte estorsive. Tra gli arrestati c’è il boss Carmelo Consolato Murina, per gli investigatori il capo promotore dell’associazione, reggente della cosca Franco-Murina, federata con il potente clan Tegano-De Stefano.

«Un cittadino comune aveva poche speranze di ottenere un immobile secondo la graduatoria»

L’associazione poteva contare sull’apporto fornito da alcune figure interne alla Pubblica Amministrazione, tra le quali spicca quella di Eugenia Rita Minicò, una ex dirigente dell’Aterp in servizio presso la sede di Reggio Calabria, a disposizione della consorteria, che si dimostrava in grado di “pilotare” la concessione degli immobili, ideando e suggerendo le modalità migliori per agire. «Lei – racconta Vecchio – era a disposizione per l’assegnazione illecita delle case. Non so se avesse parentele o comparati, come mi chiedete. Certamente era a disposizione di tutti; per tutti intendo gli amici dei politici o gli amici della ‘ndrangheta. Un cittadino comune aveva poche speranze di ottenere un immobile lecitamente secondo la graduatoria».
A disposizione dell’associazione criminale c’era, inoltre, un dipendente del Comune di Reggio Calabria che individuava gli immobili, li segnalava, e dietro il versamento di denaro ne cedeva le chiavi e provvedeva alla procedura amministrativa di regolarizzazione, predisponendo anche la falsa documentazione attestante la residenza dei futuri acquirenti e interloquendo con altri soggetti interni all’amministrazione per incidere sul procedimento di assegnazione. Coinvolto nell’inchiesta anche un dipendente della polizia municipale del Comune di Reggio Calabria che, in più di una occasione, dietro il versamento di somme di denaro, avrebbe falsificato dei documenti per favorire l’organizzazione criminale. «Con riferimento ad appartenenti della Polizia Municipale, non ricordo soggetti specifici che si prestassero ad evitare controlli o a redigere verbali falsi o compiacenti, come mi chiedete. Certamente ciò avveniva e lo dico perché anch’io ho dato disposizioni ai componenti del predetto Corpo per favorire soggetti a me vicini, ma a causa del tempo trascorso, non so riferire i nomi».

Il ruolo della politica. «C’era tutto un sistema»

«Chiaramente in cambio delle assegnazioni degli immobili, si avevano voti garantiti alle elezioni. C’era tutto un sistema», afferma il collaboratore di giustizia che menziona politici, assessori, funzionari, dirigenti e appartenenti alla ‘ndrangheta. Sul punto Vecchio ha spiegato: «Sappiamo quali sono gli appartamenti vuoti o delle persone decedute o che hanno consegnato le chiavi. Il politico, in campagna elettorale ma anche dopo, viene avvicinato e gli viene chiesto di favorire un “amico” (in termini ndranghetistici), superando la graduatoria, E’ molto difficile ottenere una casa tramite graduatoria regolare». E ancora: «Quando qualcuno non otteneva la casa dal politico di turno, venivano a lamentarsi da me e mi riferivano del denaro versato a titolo di corruzione. Per questa ragione io sono a conoscenza di molti fatti delittuosi accaduti, anche se ora non li ricordo più nel dettaglio».

«La mazzetta era pari a 5mila euro»

Se una casa era d’interesse della ‘ndrangheta non si poteva toccare. Secondo quanto emerso dalle indagini, i componenti del gruppo avrebbero agito anche tramite estorsioni, minacce e violenze, in un caso avrebbero costretto con la forza un uomo a liberare un appartamento che aveva occupato abusivamente e che era d’interesse dell’associazione. «C’erano case che si potevano prendere, in quanto magari abbandonate; altre non si potevano toccare, in quanto d’interesse di ‘ndrangheta. Se la casa era di un anziano, – racconta Vecchio – certamente si faceva trasferire lì il nipote, a cui sarebbe andata di diritto secondo le previsioni della legge regionale. In ogni caso, l’interesse doveva essere del “territorio”, inteso in senso ‘ndranghetistico, che consentiva l’introduzione nell’immobile dello specifico soggetto. Le chiavi non venivano quasi mai restituite all’Ente, ma passavano direttamente nelle mani del nuovo occupante. La casa restava a disposizione della cosca, in attesa che interessasse a qualcuno. Le segnalazioni avvenivano a cura dei dipendenti comunali stessi o dell’Aterp». Consistente la mazzetta per ottenere una casa popolare secondo le “graduatorie” decise dalla ‘ndrangheta: «La mazzetta era pari ad euro 5.000,00 circa. Di solito questo era l’importo, poi variava a seconda dei casi». (m.ripolo@corrierecal.it)

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