A Lamezia è tornato il terrorismo da racket mafioso. E sembra di stare come d’autunno sugli alberi le foglie
C’è bisogno solo di Giustizia giusta e di mezzi per combattere la criminalità che non demorde e che va sconfitta

LAMEZIA TERME Meritano riflettori giganti, e specchi ustori grandi come quelli attribuiti ad Archimede per fermare l’assedio delle navi romane a Siracusa, le notizie che provengono da Lamezia Terme che ci segnalano ordigni intimidatori a negozi e attività commerciali che in diverse notti hanno brillato e tuonato. Tornano di nuovo indietro le lancette della storia di una città di grandi dimensioni, sede di un festival sui libri dell’antimafia, luogo di resistenza alla piovra molto modernista che ha visto il municipio sciolto per infiltrazioni mafiose per tre volte e registrato nel corso del tempo alcuni degli omicidi eccellenti calabresi che hanno abbattuto un magistrato, un poliziotto con la moglie, avvocati, operatori ecologici. Gli investigatori scrutano filmati di telecamere dove i bombaroli riteniamo abbiamo agito travisati, ma il lavoro d’indagine più serio è concentrato sulla cronologia delle scarcerazioni più recenti di soldati e caporali dell’organizzazione che appena usciti dalla patrie galere si notano in giro con macchinoni e Suv che il lametino medio, aggredito da tasse e carrello caro mai potrà comprarsi.
Sono giovani già vecchi di comportamento, il carcere per loro è solo una palestra per avanzare di grado. L’organizzazione è evidente che ha bisogno di tornare a riempire le “bacinelle” che devono coprire i costi delle detenzioni e il sostegno alle famiglie. E se le bombe ai negozi sono visibili, speriamo che richieste estorsive che accompagnano la ricomparsa di questo antico terrorismo lametino abbiano prodotto denunce per incastrare i responsabili, soprattutto da chi non ha subito gli attentati. A Lamezia sono tornati a volare gli elicotteri dei carabinieri a ricordare che questa Apocalypse Now senza Wagner non finisce mai.
Torna a riunirsi il Comitato dell’ordine pubblico con sua eccellenza il prefetto che ci ricorda “che le cosche lametine sono endemiche” e per sana provocazione mi verrebbe da ricordare quell’episodio di Robespierre che inveiva contro i nemici della sua Rivoluzione quando qualcuno nella piazza urlò: “Ma ti dispiacerebbe, se non ce ne fossero più”. Mi perdoni sua eccellenza, ma mi si sono fatti grigi i miei capelli neri a resocontare uguali parole per fatti diversi eppure simili. Le istituzioni cambiano i rappresentanti, ma la vicenda mafiosa a Lamezia resta sempre in piedi da troppo tempo.
Tra pochi giorni ci sarà un consiglio comunale aperto a tutte le forze sane della città e ci permettiamo non di diffidare ma di temere quell’aria da messa cantata e di recita preordinata di tali kermesse. Ho ricordi da giornalista degli anni duri di Gianni Speranza sindaco quando venne incendiato un palazzo: per vigilanza democratica, un consiglio comunale straordinario venne convocato ad hoc mentre i professionisti seriali dell’omicidio in coincidenza di quell’assise ammazzavano per strada altre due persone. Forse dovremmo riflettere sul fatto che tutto sommato la situazione è migliorata, che le riduzioni del danno sono aumentate e che non bisogna essere sempre peggioristi. E che quindi si firmi pure un protocollo d’intesa da parte di magistrati, preti antimafia e non, politici di ogni ordine e grado, associazioni e boy scout ma che sia un gesto fortemente simbolico, perché un protocollo d’intesa contro la mafia è un atto formale che mi sembra inutile. Non c’è bisogno di protocollo e di intese. Le leggi democratiche esistono per reprimere e debellare il fenomeno. C’è bisogno solo di Giustizia giusta e di mezzi per combattere la criminalità che non demorde e che va sconfitta. Altrimenti saremmo costretti a pensare che a Lamezia Terme “si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”. (redazione@corrierecal.it)
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