Dalla Sicilia alla Calabria, la razzia dei tombaroli: scavi clandestini a Scolacium e il “pastore” collezionista di monete
Al centro dell’indagine anche un gruppo di tombaroli organizzati in partenza da Paternò. “Pesci” e “vino” i termini criptici utilizzati. L’allarme: mancano i presidi di vigilanza

LAMEZIA TERME Un’intera nonché articolata filiera degli illeciti in danno al patrimonio culturale. Questo c’è alla base della corposa inchiesta che, tra Sicilia e Calabria, vede come protagonisti decine di indagati che, nella nostra regione, vede anche il coinvolgimento della ‘ndrangheta e, nello specifico, della cosca Arena di Isola Capo Rizzuto. L’indagine ha avuto origine dal monitoraggio di alcuni tombaroli originari di Paternò e Lentini che, organizzati in diverse squadre, avrebbero effettuato ben 76 scavi clandestini nelle aree e nei siti archeologici siciliani e, in due circostanze, anche nel sito archeologico calabrese di “Scolacium”. Ma andiamo con ordine.
Le perquisizioni
Qualche settimana fa – era il 18 novembre – un’attività di perquisizione su decreto del pm di Catania ha consentito di accertare come un’ampia parte degli indagati fosse in possesso di reperti monetali e di altra natura (ceramici e vitrei) di valenza archeologica. Parliamo di oltre 7.000 oggetti insieme a una copiosa serie di attrezzi per gli scavi archeologici clandestini (52 metal detector professionali, zappe, picconi e ulteriori attrezzi per gli scavi clandestini). Un’indagine, dunque, complessa e che affonda le radici addirittura nel 2019 dopo la denuncia della dirigenza del Parco Archeologico di Agrigento su alcune attività di scavo clandestino nel sito archeologico di Eraclea Minoa, risalendo ad una serie di soggetti, suddivisi e organizzati in “squadre” di tombaroli che, sistematicamente, avrebbero svolto «una sequenza di scavi clandestini con apposita attrezzatura presso numerosissimi siti di Sicilia e in parte anche di Calabria», annota il gip nell’ordinanza.

I nomi
C’è un nome che, per gli inquirente, rappresenta un punto di partenza: Pietro Tomasello (cl. ‘54) finito oggi agli arresti domiciliari. Noto come “u’ Dutturi” e già noto alle forze dell’ordine da molti anni come «ricettatore di reperti archeologici» avrebbe avuto come base operativa Paternò e Belpasso, già in passato interessato da vicende giudiziarie che lo vedevano coinvolto nella ricettazione di monete d’interesse archeologico. Poi altri due soggetti finiti ai domiciliari su ordine del gip questa volta di Catanzaro: Michele Consolato Nicotra (cl. ’83) e Stefano Rottella (cl. ’66), entrambi di Paternò. Il primo, in particolare, è già gravato da pendenze per reati commessi nel settore dei beni culturali e, secondo l’accusa, farebbe parte del primo gruppo individuato dagli inquirenti, «fornendo disposizioni sull’acquisto delle bevande utili per rifocillarsi dalle fatiche degli scavi, sul reperimento degli attrezzi quali picconi, zappe e metaldetectors, oltre a fornire inizialmente la propria autovettura per raggiungere le località di interesse». Il secondo, invece, si era trasferito in Calabria come è emerso dai riscontri effettuati sugli scavi clandestini realizzati nel sito archeologico di “Scolacium”, nel comune di Roccelletta di Borgia.
L’interesse per i siti calabresi
Risalgono al settembre del 2021 i primi contatti tra gli indagati in cui facevano riferimento ad uno scavo clandestino da realizzare in un’area archeologica calabrese. In una conversazione, infatti, Stefano Rottella avrebbe riferito a Michele Consolato Nicotra – riporta il gip – di aver effettuato, di recente, uno scavo clandestino, spiegando che fosse avvenuto in Calabria, chiedendo al suo interlocutore telefonico «anche una valutazione sui “pesci” recuperati, ovvero delle monete archeologiche illecitamente trafugate», annota ancora il gip. «(…) se ti mando una foto dei pesci che ho preso ieri sera, mi dici qualcosa?». Dopo alcuni dialoghi avvenuti nei giorni seguenti, bisognerà attendere il 2 novembre 2021 per l’organizzazione di un viaggio dei tombaroli paternesi in Calabria, con tanto di alloggio in un B&B, «(…) vengo pomeriggio. Domenica pomeriggio me ne torno…». E ancora, a proposito del sito individuato per gli scavi: «(…) dove andavo io a pescare è un posto meraviglioso. Si pesca buono. Quando sono andato io, ti ho fatto vedere quei pesci che ho preso e ti ho mandato le foto (…)». Dalle intercettazioni, inoltre, è emerso come Rottella abbia suggerito al suo interlocutore di «arrivare in Calabria in un orario consono per effettuare, prima del tramonto, un sopralluogo nell’area di interesse», suggerendogli anche di portare con sé delle canne da pesca e altra attrezzatura utile a fingersi un gruppo di pescatori amatoriali.

Il “pastore” appassionato di archeologia
«(…) io sono sincero davanti a Dio anche perché sono qua un ministro di Dio, ho una chiesa essendo che sono pastore voglio dire… una cosa che è molto importante… non gridate». È il 5 novembre e, poco prima della partenza della spedizione da Paternò in Calabria, Rottella fa una raccomandazione precisa a Nicotra, ricordandogli che lui era il pastore di una chiesa, raccomandandogli una serie di comportamenti a cui il gruppo di tombaroli paternesi avrebbe dovuto attenersi e, dopo essere stato rassicurato, la conversazione verteva sulla pianificazione del futuro scavo clandestino, utilizzando il medesimo linguaggio criptico. «(…) io magari prendo una bottiglia di vino, per dire… e poi ce ne andiamo a pescare, arriviamo là, guardiamo la rete dove la barca, dove la vogliamo scendere…». Dal tenore delle conversazioni registrate il 6 novembre 2021 per gli inquirenti è emerso che il gruppo di tombaroli «aveva rinvenuto sicuramente, durante l’attività illecita di scavo clandestino, almeno una moneta d’interesse archeologico di epoca romana imperiale e, in particolare, un denario d’argento», con l’effige dell’Imperatore Adriano (76 d. C. – 138 d. C., regnante dal 117 d.C. e sino alla data della sua morte), il cui peso si aggirava sui 4,5 grammi circa, ma non solo. Già perché una volta terminati gli scavi, il gruppo paternese rientravano in Sicilia ma, una volta sbarcati a Messina, i Carabinieri hanno perquisito il gruppo, trovando un ricco bottino composto da: 5 biglie di piombo; 4 monete; 8 frammenti di monete; un pendaglio/orecchino, due zappe/picconi con relativi manici, intrisi di terriccio ancora bagnato e due metal-detector. E, appunto, il denario d’argento, con l’effige dell’Imperatore romano Adriano.
L’allarme: pressoché totale assenza di presidi umani e tecnologici
C’è, infine, un dato allarmante sottolineato dal gip ovvero quello di un contesto caratterizzato dalla pressoché totale assenza di presidi umani e tecnologici idonei a esercitare una vigilanza efficace sui numerosi siti archeologici, dei quali sono ricchissime sia la Sicilia che la Calabria, e dalla inquietante circostanza per cui tali siti, spesso scarsamente accessibili a una fruizione comune, «non paiono interessati, se non in minima parte, da campagne di scavi e ricerche legali ad opera di istituzioni pubbliche e/o private», mentre sono perfettamente noti a gruppi organizzati di predatori, autori di fruttuose ricerche, che «danneggiano tali siti e che preludono alla successiva dispersione nel mercato illegale del patrimonio». (g.curcio@corrierecal.it)
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