Bagno di sangue sulle proteste in Iran. Trump valuta l’attacco
Morti e migliaia di arresti. Teheran avverte gli Usa: «Se attaccate reagiremo»

L’Iran alza il tiro e, al sedicesimo giorno di proteste in tutto il paese, la repressione si trasforma in un bagno di sangue con centinaia di morti, 2000 denuncia la fondazione della Nobel Mohammadi, corpi ammassati negli ospedali, e migliaia persone arrestate. Donald Trump sostiene la protesta contro il regime e valuta di intervenire.
“Qualsiasi attacco statunitense porterà l’Iran a reagire contro Israele e le basi militari americane nella regione, che saranno obiettivi legittimi”, ha avvertito il presidente del Parlamento Mohammad Baqer Qalibaf, legando la crisi interna a una nuova destabilizzazione della regione.
La protesta continua a crescere. Secondo Human Rights Activists News Agency (Hrana) i morti sono almeno 490 tra i manifestanti, ma il bilancio resta incerto e verosimilmente più alto. Addirittura di oltre 2.000 dimostranti uccisi nelle ultime 48 ore, come raccontano fonti dell’opposizione e anche la Fondazione Narges. Le persone arrestate sarebbero oltre 10.600. Hrana segnala anche 48 morti tra le forze di sicurezza. Numeri difficili da verificare, ma che restituiscono la portata della repressione. E il dramma non si ferma alle morti perché identificare i propri cari in mezzo alle centinaia di cadaveri ammassati diventa quasi impossibile, anche per l’ostruzionismo del regime. Alle famiglie verrebbe chiesto di pagare circa 6.000 dollari per il rilascio delle salme, che vengono ammucchiate in sacchi neri o “ammassati negli ospedali”, come dimostrano i video.
Il movimento, entrato nel 16esimo giorno di proteste, è il più intenso da ‘Donna, vita e libertà’, la protesta che scoppiò nel 2022 a seguito della morte di Mahsa ‘Jina’ Amini. Divampate per il crollo della valuta e dalla crisi economica, le manifestazioni si sono rapidamente trasformate in una contestazione politica diretta al regime.
Molti manifestanti chiedono a gran voce il ritorno del figlio dell’ultimo scià, Reza Pahlavi che, dal suo esilio forzato negli Usa, continua a spingere i cittadini a non abbandonare le strade, dichiarando di essere pronto a tornare in Iran “appena possibile” per guidare una transizione politica e consentire elezioni libere e trasparenti.
Uno scenario che non dispiacerebbe a Israele, dove le ultime vicende hanno fatto scattare l’allerta massima. Il premier Benyamin Netanyahu ha convocato riunioni sulla sicurezza e ha espresso sostegno ai manifestanti iraniani, affermando che lo Stato ebraico e Teheran torneranno partner dopo la caduta del regime di Teheran.
Le forze di difesa israeliane hanno dichiarato di essere “pronte a rispondere se necessario”. Sullo sfondo, Washington valuta le prossime mosse: Trump riceverà martedì un briefing in cui verranno proposte nuove sanzioni, cyber attacchi e possibili azioni militari contro l’Iran. Secondo il New York Times, tra le opzioni figurano anche attacchi contro siti non militari a Teheran, anche se una decisione definitiva non sarebbe ancora stata presa.
Per le strade iraniane, intanto, la repressione non si esprime solo con la violenza, ma anche con la chiusura al mondo esterno. Nonostante blackout e isolamento, però, la mobilitazione continua a trovare nuove forme. A Teheran, senza elettricità né internet per oltre 72 ore, centinaia di cittadini hanno illuminato la notte con le torce dei telefoni cellulari.
Alcuni filmati sono circolati grazie a Starlink, che risulterebbe ancora attivo in alcune zone, mentre altri video mostrano edifici in fiamme, scontri a fuoco e graffiti davanti a grandi folle. Sabato notte disordini sono stati segnalati in numerose città, tra cui Isfahan, Shiraz, Tabriz, Qom, Ahvaz, Kerman e Saqqez. A Mashhad, città natale della guida suprema Ali Khamenei, i manifestanti affrontano la polizia, alzano barricate e appiccano incendi.
La risposta delle autorità resta durissima. Il capo della polizia nazionale Sardar Radan ha ammesso che “il livello di scontro con i rivoltosi è aumentato”, annunciando “arresti importanti”. Secondo Iran International, le forze di sicurezza hanno usato gas lacrimogeni e armi ad aria compressa anche contro i familiari delle vittime durante i funerali nel cimitero Behesht-e Zahra di Teheran.
Dopo aver inizialmente minimizzato le manifestazioni, sostenendo che le strade fossero tornate vuote, il regime ora ne riconosce la forza ma ne cambia la definizione, decretando addirittura tre giorni di lutto nazionale per “onorare” le vittime della “battaglia di resistenza nazionale”, ovvero le forze di sicurezza e di polizia.
Anche il presidente Masoud Pezeshkian, che in precedenza si era offerto di dialogare con i manifestanti, ha parlato di “terroristi legati a potenze straniere”, mentre il procuratore generale ha minacciato i manifestanti e chi li aiuta accusandoli di essere “nemici di Dio”, un crimine punibile con la pena di morte. Una linea che chiude ogni spiraglio di dialogo e lascia il Paese sospeso tra una repressione sempre più dura e una protesta che, nonostante tutto, continua a riempire le strade. (Ansa)