Dagli scavi con georadar e spilloni, alle aste illegali: l’allarmante business della ‘ndrangheta che “traffica” l’arte
La ‘ndrangheta nel Crotonese, con il placet della cosca Arena, ha trasformato veri e propri tesori archeologici in risorse finanziarie, grazie a collegamenti internazionali

CROTONE Paole in codice e capacità di avvalersi di collegamenti internazionali. Non si tratta del classico modus operandi dei clan di gestire i traffici di sostanze stupefacenti. Non ci sono solo droga e infiltrazioni negli apparati ad arricchire la ‘ndrangheta, che si è dimostrata in grado di trasformare reperti dalla storia millenaria, destinati a raccontare un passato fatto di arte e cultura, in un vero e proprio business, fortunatamente scoperto e smantellato nel corso degli anni da diverse operazioni. L’alba del 12 dicembre 2025 ha segnato un punto di svolta nella lotta al traffico illecito di beni culturali con l’operazione “Ghenos-Scylletium”, un’offensiva coordinata che ha portato all’esecuzione di 56 misure cautelari tra Sicilia e Calabria. L’indagine, condotta dal Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, ha svelato un asse criminale che unisce le province di Catania e Crotone, confermando come i siti archeologici siano diventati veri e propri bancomat per le cosche, con un volume d’affari stimato in oltre 17 milioni di euro. Il bilancio dell’operazione è impressionante e restituisce allo Stato un patrimonio che rischiava di sparire per sempre nelle collezioni private d’oltremanica.
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L’asse Calabria-Sicilia e il placet degli Arena

Se l’indagine ha smantellato una rete siciliana capace di produrre persino falsi d’autore in laboratori clandestini, è sul versante calabrese che emerge il dato più inquietante: la specializzazione della ‘ndrangheta. Nel crotonese, l’indagine “Scylletium” ha dimostrato che il traffico di reperti non era un’attività isolata di dilettanti, ma un business gestito con il “placet” e il supporto della cosca Arena. Secondo gli inquirenti della Dda di Catanzaro, il clan non si limitava a tollerare gli scavi, ma utilizzava i proventi per consolidare il controllo del territorio e finanziare la propria struttura.
Il modus operandi era ben delineato. I sodali erano consapevoli di dover limitare al minimo le conversazioni telefoniche o ridurle in brevi dialoghi dove ogni riferimento a materiali archeologici veniva mascherato con termini convenzionali (come ad esempio “finocchi”, “caccia”, “cornici”, “caffè”, “asparagi” o “motosega”, termine quest’ultimo, con il quale veniva abitualmente indicato il detector cerca metalli).
Il sistema scoperto dai Carabinieri ricalca una vera e propria struttura suddivisa in ruoli gerarchici precisi: i tombaroli, la manovalanza specializzata che, dotata di metal detector (chiamati in codice “motoseghe”), georadar e spilloni, saccheggiava i parchi di Scolacium, Kaulon e Capo Colonna; gli intermediari, esperti d’arte e “appassionati” che facevano da ponte tra i predatori e il mercato nero, mascherando i reperti nei dialoghi telefonici con termini come “finocchi”, “asparagi” o “cornici”; i trafficanti internazionali, capaci di piazzare monete rarissime sul mercato nero in Europa. “La criminalità organizzata è interessata a ciò che è frutto dell’archeologia, perché è immessa sul mercato illegale è in grado di generare dei grossi profitti”. È l’evidenza trapelata dalle analisi degli investigatori.



Non è la prima volta che il Crotonese si rivela l’epicentro di questo traffico. Già le operazioni “Jonny” e “Achei” avevano alzato il velo sulle mire dei clan. Proprio nell’ambito di “Achei”, solo un anno fa, erano stati restituiti alla Soprintendenza 42 reperti preziosi rintracciati in una rete internazionale con un vasto traffico di reperti archeologici italiani, su scala nazionale e internazionale, con ramificazioni in Gran Bretagna, Francia, Germania e Serbia.
Un business capace di generare grossi profitti, dunque, con meno rischi rispetto al narcotraffico, ma che trasforma sistematicamente il passato millenario della nostra terra in risorse finanziarie per alimentare il presente criminale dei clan. (m.ripolo@corrierecal.it)
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