L’asse criminale tra Calabria e Sicilia per cercare monete antiche: profitti per «svariati milioni di euro»
Oltre 10mila i reperti recuperati, tra cui monete antiche greche e romane. Gli indagati utilizzavano metal detector per individuarli. Poi li immettevano sul mercato illegale

ROMA “Con quello che hanno trovato si potrebbe aprire un nuovo museo”. Scavavano in aree di grande valore archeologico per cercare monete antiche e altri reperti che poi immettevano sul mercato illegale. Tra i siti in cui i gruppi criminali smantellati dall’operazione dei Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale operavano ci sono il Parco archeologico di Scolacium, Kaulon e Capo Colonna in Calabria, con la diretta regia del clan Arena di Isola Capo Rizzuto. Ma gli scavi avvenivano in diverse parti d’Italia. L’indagine vede in prima linea le procure di Catanzaro e Catania. “Tra gli scavatori siciliani c’erano anche soggetti di Paternò operativi anche in Calabria”, è stato spiegato questa mattina nella conferenza stampa congiunta. Cinquantasei le misure cautelari in totale, 45 in Sicilia, 11 in Calabria, che hanno visto impegnati 200 militari. Gli indagati sono accusati, a vario titolo, di far parte di gruppi criminali dediti agli scavi clandestini e alla ricettazione di beni archeologici trafugati.
Oltre 10mila reperti che avrebbe fruttato “svariati milioni di euro”
Nelle sede del Comando Carabinieri TPC di Roma, a illustrare i contenuti dell’indagine – che si è sviluppata in un arco temporale di circa due anni – il generale di brigata Antonio Petti, comandante carabinieri Tpc, il colonnello Paolo Befera, comandante del Reparto operativo, e il tenente colonnello Diego Polio, comandante Gruppo Roma Carabinieri Tpc.
Sono oltre 10mila i reperti recuperati, tra cui 7mila monete antiche greche e romane, alcune avevano un valore che andava fino ai 12mila euro, e poi circa 3mila pezzi tra cui vasellame e altri reperti antichi. Gli indagati per recuperarli utilizzavano anche metal detector. Una volta recuperati li immettevano nel mercato illegale, anche all’estero.
“Si tratta di due operazioni importanti che sono state eseguite sotto la direzione delle procure distrettuali di Catanzaro e di Catania che hanno permesso di mettere in luce l’esistenza di due sodalizi criminali tra loro collegati dediti alla ricerca allo sfruttamento al traffico illecito di reperti archeologici rinvenuti attraverso gli scavi illegali”, ha spiegato Petti, a margine della conferenza stampa, parlando di “una grande soddisfazione per il fatto di aver restituito alla collettività e la possibilità di fruire di beni che appartengono alla nazione”. L’indagine ha permesso di fare luce sull’interesse della criminalità organizzata, con il prima linea la ‘ndrangheta su settore: “La criminalità organizzata – ha spiegato Petti -è interessata a ciò che è frutto dell’archeologia, perché è immessa sul mercato illegale è in grado di generare dei grossi profitti”, Quelli recuperati, ha spiegato il comandante ai nostri microfoni avrebbe fruttato “svariati milioni di euro”.
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