«I motivi politici di un “No” al referendum sulla giustizia»
L’eredità di Licio Gelli e la giustizia di oggi: la riforma che viene da lontano

Il 4 luglio del 1981 nel doppiofondo di una valigia di Maria Grazia Gelli, figlia di Licio Gelli, maestro “venerabile” della loggia massonica P2 (dove la “P” sta per “propaganda”), fu rinvenuto un documento denominato “Programma di rinascita democratica dell’Italia”. Il documento fu reso noto dalla commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2. Il testo di quel documento si può trovare, fra l’altro, sul sito internet di “archivioantimafia”.
Ricordiamo, per gli smemorati, le “imprese” di Gelli. Da giovane, Gelli combattè in Spagna nelle milizie del dittatore fascista Francisco Franco. Poi, quando tornò in Italia, aderì al partito fascista e poi alla Repubblica Sociale di Salò come ufficiale di collegamento con i nazisti. Quando fu chiaro che il nazi-fascismo avrebbe perso la guerra, da buon camaleonte, passò dall’altra sponda, collaborando con i servizi segreti inglesi e americani, per poi farsi collocare in posizioni di grande potere nell’Italia repubblicana. Fu condannato per la bancarotta fraudolenta del Banco Ambrosiano e per il depistaggio sulla strage di Bologna del 1980 (85 morti e 200 feriti), l’ultima e la più grave delle “stragi di Stato”, compiute da terroristi neofascisti con l’appoggio dei servizi segreti con tre intenti concomitanti: impedire all’allora Partito Comunista di andare al governo; costruire un sistema politico autoritario e conservatore, stabilmente filoamericano; usare la paura come pressione per farci rinunciare alle libertà in favore di una maggior sicurezza. Stando alla sentenza definitiva nel processo al neofascista Paolo Bellini, Gelli è stato mandante e finanziatore di quella strage. Nella conclusione della relazione della commissione parlamentare sulla P2, è chiaramente ammesso che uomini della loggia segreta erano posti nei gangli vitali degli apparati dello Stato. Mi fermo qui, anche se vi sarebbe ancora molto da dire sulla carriera mirabolante di Gelli.
A questo punto, vorrei che indovinaste quale era il pilastro di quel programma. Ve lo ricordo io: la separazione delle carriere fra i giudici e i pubblici ministeri, di cui oggi tanto si discute per via della riforma costituzionale varata dal Parlamento e del prossimo referendum confermativo.
Non intendo qui discutere delle diatribe giuridiche legate alla riforma: sono anche un avvocato e so bene (a mie spese) – come ha incautamente ammesso lo stesso Ministro Nordio – che questa riforma non risolverà nessuno dei problemi della giustizia (nemmeno quello di rendere veramente “giusto” il processo penale), ma farà un favore a chi governa perché potrà sentirsi più protetto dall’invadenza della magistratura inquirente. Mi interessa, invece, capire quale era lo scopo di quella intuizione di Gelli, al quale, a questo punto, sarebbe giusto intestare la riforma sulla separazione delle carriere che erroneamente chiamiamo “riforma Nordio” ma che più correttamente dovremmo chiamare “riforma Gelli”.
La separazione delle carriere fra giudici e PM fu concepita da Gelli come uno dei punti più alti per minare la separazione dei poteri, erodere l’obbligatorietà dell’azione penale, allontanare il pericolo che la magistratura inquirente indaghi sulle commistioni fra corruzione della politica, poteri finanziari, malavita organizzata, gruppi terroristici, servizi segreti quando si tratta di orientare il voto degli elettori. In parole più semplici togliere al popolo italiano quella sovranità che oggi, i fautori del “sì” al referendum confermativo della riforma appena varata blaterano di voler tutelare.
Non intendo giustificare il mio “no” al referendum con polemiche giuridiche. Mi preme, invece, affermare che mai come in questa occasione il voto sarà politico. Mi soffermerò, pertanto, solo su tre fatti che concordano sinistramente con la “riforma Gelli”, fatta propria, più di quarant’anni dopo dal piano di rinascita della P2, dalla destra al governo.
Il primo è che da qualche tempo la presunta sicurezza è la merce di scambio con cui si varano provvedimenti in violazione dei diritti: perfettamente in sintonia col piano di Licio Gelli e con lo scopo della “strategia della tensione” di cui Gelli fu ideatore e organizzatore. Pochi lo hanno sottolineato, ma nel recente “decreto sicurezza” (decreto legge n. 48/2025), ad esempio, all’art. 31 (leggere per credere) viene legalizzato “il terrorismo di Stato”. Con la semplice firma del Capo del Governo, infatti, i servizi segreti potranno impunemente creare organizzazioni terroristiche con finalità sia di terrorismo internazionale che di eversione dell’ordine democratico. La norma individua una serie di reati anche gravi (solo in parte già previsti da precedenti leggi) che gli agenti dei servizi potranno commettere senza essere imputabili dai pubblici ministeri. Insomma, quel che prima facevano i servizi cosiddetti “deviati” ora possono farlo quelli normali. Il tutto giustificato dal superiore interesse nazionale, stabilito da chi è, di volta in volta, al potere.
Il secondo è l’incredibile storia del software “ECM” di Microsoft fatto installare nella piattaforma informatica del Ministero della Giustizia che governa l’uso dei computer dei giudici italiani e che, come ha denunciato Sigfrido Ranucci a “Report” anche nella puntata di ieri, consentirebbe di “sorvegliare”, in tempo reale e senza il loro consenso, i desktop dei magistrati.
Il terzo è che dall’emergenza COVID in avanti, è venuta la fregola a qualcuno di segnalare ai social le cosiddette fake-news o le opinioni non corrette, come è recentemente capitato con la dichiarazione di voto per il “no” dello storico prof. Alessandro Barbero che si è visto cancellare il suo video “per eccesso di visualizzazioni”. Quel che non si comprende è che l’art. 21 della Costituzione quando dice, nell’incipit, “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero …”, con il termine “pensiero” non intende affatto “la verità”, ma solo “le proprie opinioni”, salvo, naturalmente, che esse non configurino reati. Opinioni che, se ritenute errate, possono essere contrastate con opinioni diverse, ma mai e poi mai con la censura. Guarda caso, un altro pilastro del citato programma della P2 era quello di creare una super agenzia di stampa che confezionasse le notizie secondo i desiderata dei governi e le distribuisse alle altre agenzie ed ai giornali per avere, su certe questioni ritenute essenziali, una completa uniformità di informazioni, un’unica verità insomma. Cosa che, di fatto sta già avvenendo, come dimostra la proliferazione dei cosiddetti “fact checker” ossia verificatori dei fatti, che però non si limitano a confutare ma pretendono anche la cancellazione delle opinioni asseritamente false.
Ecco, queste sono solo alcune delle ragioni – sottolineo ancora una volta “politiche” – per cui non posso essere d’accordo con la “riforma Gelli” (erroneamente nota come “riforma Nordio”) e voterò convintamente “no” al referendum confermativo sulla separazione delle carriere.
*Avvocato e scrittore