A Reggio Calabria il “processo” alla riforma Nordio
Non è stata una conferenza, ma un vero e proprio processo pubblico alla giustizia italiana

REGGIO CALABRIA Non è stata una conferenza, ma un vero e proprio processo pubblico alla giustizia italiana. Nella sala “Perri” di Palazzo Alvaro, gremita, la riforma costituzionale che porterà gli italiani al referendum del 2026 è uscita dalle aule parlamentari per diventare terreno di scontro diretto. “Le ragioni di una riforma” si è trasformato così in un confronto acceso, politico e istituzionale insieme, su una domanda che divide il Paese: cambiare l’assetto della magistratura o difenderne l’impianto costituzionale originario?
Il referendum e la riforma Nordio
Con il referendum del 22-23 marzo 2026, gli italiani saranno chiamati a confermare o bocciare la cosiddetta “riforma Nordio”, la legge costituzionale approvata il 30 ottobre 2025 che modifica sette articoli della Costituzione. In sintesi, la riforma prevede la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, l’istituzione di due Consigli Superiori della Magistratura distinti e la creazione di un’Alta Corte disciplinare per i magistrati ordinari, togliendo al CSM parte dei poteri disciplinari. Il voto non è solo tecnico: se vince il Sì, entreranno in vigore queste modifiche, cambiando profondamente il modello di autogoverno della magistratura. Se vince il No, tutto resterà com’è: un unico CSM, una magistratura unita e i poteri disciplinari rimarranno così come previsti oggi dalla Costituzione. Non è previsto quorum: sarà sufficiente la maggioranza dei votanti per determinare l’esito del referendum.
Il dibattito voluto da Nuova solidarietà
A organizzare l’incontro è stata Nuova Solidarietà, che ha voluto offrire un’occasione di confronto diretto e pubblico sulla riforma costituzionale, prima del referendum. Il dibattito, moderato dal giornalista Francesco Scopelliti, è stato introdotto da Saverio Mannino, magistrato ed ex componente del Consiglio Superiore della Magistratura, che ha subito chiarito la posta in gioco: non si tratta di una riforma tecnica, ma di una modifica profonda dell’equilibrio tra i poteri dello Stato.
Il fronte del NO: “Riforma sbagliata, problemi veri irrisolti”
Ad aprire il confronto è stato Giuseppe Lombardo, magistrato e rappresentante del Comitato per il NO, che ha messo in discussione l’intera architettura della riforma. Il suo intervento ha puntato dritto al cuore della critica: la separazione delle carriere non risolve le inefficienze della giustizia, né accelera i processi, né colma le carenze di organico e risorse.
Secondo Lombardo, il rischio è quello di indebolire l’unità della magistratura e di esporre il pubblico ministero a pressioni esterne, snaturandone il ruolo di garante dell’interesse pubblico. Una riforma, ha sostenuto, che sposta l’attenzione dai problemi reali a un cambiamento di facciata.
Sulla stessa linea Stefano Musolino, magistrato e anch’egli esponente del NO, che ha parlato di un possibile stravolgimento dell’equilibrio costituzionale. La creazione di carriere separate e di due distinti organi di autogoverno, secondo Musolino, rischia di frammentare il sistema e di aprire la strada a una giustizia meno autonoma e più vulnerabile alle interferenze politiche. Usa la metafora calcistica il giudice Musolino per rendere chiaro un tema molto tecnico e far capire ai più cosa vorrebbe dire il sorteggio dei magistrati e di come se vincesse il sì, i risultato sarebbe quello di avere un giudice impaurito dal potere politico. Il rischio è quello di trasformare il pubblico ministero in una figura sempre più vicina alle funzioni della polizia giudiziaria, piuttosto che nel garante dei diritti delle persone sottoposte a indagine.
Il fronte del SÌ: “Trasparenza, chiarezza, fiducia dei cittadini”
La replica è arrivata dal fronte opposto con Francesco Calabrese, avvocato e rappresentante del Comitato per il SÌ, che ha difeso la riforma come un passaggio necessario per rendere più credibile il sistema giudiziario. Separare i percorsi di giudici e pubblici ministeri, ha sostenuto, significa chiarire i ruoli e rafforzare la percezione di imparzialità del giudice agli occhi dei cittadini. Per Calabrese, la distinzione tra chi accusa e chi giudica non è una minaccia, ma una garanzia, già presente in molti ordinamenti europei. Continuare a difendere l’attuale sistema, ha aggiunto, significa ignorare una crescente crisi di fiducia verso la giustizia.
A rafforzare la posizione del SÌ è intervenuto Francesco Siclari, avvocato e membro del comitato promotore, che ha definito la riforma una scelta culturale prima ancora che giuridica. Non una resa alla politica, ma un tentativo di modernizzare l’ordinamento e superare ambiguità storiche che, a suo avviso, hanno alimentato conflitti interni alla magistratura e diffidenza nell’opinione pubblica.
Secondo i sostenitori del SÌ, la riforma si colloca nel solco dell’articolo 111 della Costituzione e completa il percorso avviato con l’introduzione del modello accusatorio nel processo penale. L’obiettivo è quello di garantire un giudice realmente terzo, indipendente e imparziale, rafforzando l’equilibrio tra accusa e difesa.
Le critiche sugli effetti negativi della riforma vengono respinte, ritenendo che si basino su valutazioni soggettive e non sul contenuto del testo. La riforma, sottolineano, non interviene né sulla responsabilità dei giudici né sulla durata dei processi, temi che restano estranei alla modifica costituzionale proposta.
Quanto al Consiglio Superiore della Magistratura, la riforma prevede l’istituzione di due organi distinti, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, con identiche garanzie e prerogative. Una scelta che, secondo il Comitato per il SÌ, rafforza l’autonomia delle due funzioni e riduce il rischio di commistioni e conflitti interni.
Infine, viene respinta l’idea che la riforma possa rappresentare un tentativo di indebolire la magistratura o la separazione dei poteri. Il tema della separazione delle carriere, ricordano i promotori, è al centro del dibattito da oltre trent’anni e nasce da un’esigenza strutturale del sistema, non da una contingenza politica.
Un Paese diviso
Il dibattito si è sviluppato tra riferimenti costituzionali, richiami alla volontà dei costituenti e letture opposte del futuro della giustizia italiana. Nessun tono conciliatorio, nessuna sintesi possibile: da una parte la difesa dell’unità e dell’indipendenza della magistratura, dall’altra la richiesta di chiarezza dei ruoli e maggiore trasparenza.
Il pubblico ha seguito ogni intervento con attenzione, partecipando anche al dibattito, percependo che non si sta votando una “riformetta tecnica”, ma il destino stesso del sistema giudiziario.
Il 22 e 23 marzo, quindi, non si voterà semplicemente “Sì” o “No”. Si deciderà quale tipo di giustizia vogliamo: autonoma e imparziale, oppure fragile e sottoposta a pressioni esterne. Una scelta che segnerà l’assetto del Paese per molti anni a venire. (redazione@corrierecal.it)
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