Il paradosso delle risorse non utilizzate all’Asp di Vibo: «Restituiti 2,6 milioni di euro»
I fondi, secondo l’Azienda, sarebbero di competenza del 2025. Una giustificazione che il Comitato Caregivers Don Mottola Medical Center definisce «surreale»

VIBO VALENTIA È un “paradosso” quello che denuncia il Comitato Caregivers Don Mottola Medical Center riguardo alcuni fondi che l’Asp di Vibo Valentia avrebbe restituito alla Regione, nonostante la grave crisi sanitaria e di risorse in cui versa la sanità vibonese. Secondo i caregivers si tratta di circa 2,6 milioni di euro che potrebbero essere utilizzati «per acquistare prestazioni essenziali come RSA M1 e RECC, destinate ai pazienti fragili e post-acuti». I fondi sono già stati assegnati con i Dca 302 e 316 al fine di «rafforzare la continuità assistenziale, ridurre il sovraffollamento ospedaliero, migliorare i Livelli Essenziali di Assistenza e rendere operativo il PNRR. Risorse che – accusano i volontari – tornano indietro, come se nel Vibonese il bisogno di cure fosse improvvisamente scomparso».
I dati
Il Comitato sottolinea il paradosso, soprattutto di fronte ai dati che segnalano come nel solo territorio vibonese ogni anno si registrano «oltre 2.100 ricoveri per patologie ad alta complessità come ictus, infarti, scompenso cardiaco, fratture di femore e BPCO. Di questi, più di 1.300 pazienti avrebbero bisogno di un percorso di continuità assistenziale post-acuta. In assenza di RSA M1 e RECC adeguate, i reparti per acuti restano saturi, i pazienti non vengono dimessi perché “non c’è dove mandarli”, aumentano riammissioni, complicanze e mortalità e i LEA territoriali restano drammaticamente incompleti. Nonostante ciò, invece di colmare questo vuoto, si scelgono di restituire i fondi».
Reparti saturi
«Si parla molto di Centrali Operative Territoriali come cardine del nuovo sistema sanitario, ma nel Vibonese le COT non funzionano né dall’ospedale verso il territorio, né dal territorio verso l’ospedale» continua il Comitato. In pratica – è l’esempio avanzato – «una frattura di femore arriva al Pronto Soccorso di Vibo, ma spesso non entra nemmeno in Ortopedia, perché il reparto è saturo di pazienti post-chirurgici che non possono essere dimessi. Non perché non abbiano più bisogno di cure, ma perché non esistono posti territoriali dove proseguire l’assistenza. Il risultato è che la frattura “fresca” viene inviata fuori provincia oppure, per liberare un posto letto, il paziente anziano già operato viene trasferito in riabilitazione lontano dal proprio contesto familiare».
«Il sistema fallisce»
C’è un altro paradosso. Le AFT dei medici di medicina generale chiedono alle COT il monitoraggio di pazienti fragili in strutture territoriali, ma «non trovando posti disponibili l’unica soluzione diventa l’invio in ospedale per acuti, anche quando non sarebbe clinicamente necessario. In entrambi i casi il sistema fallisce, perché non riesce a governare i flussi né in uscita dall’ospedale né in ingresso dal territorio». E se il pubblico non riesce a garantire il servizio, subentra il privato a carico dei pazienti e dei familiari. Costi elevati che spesso portano famiglie a dover scegliere tra la rinuncia alle cure o scelte drastiche a livello economico. Nel Vibonese, ad esempio, la storia di due genitori che per curare la figlia sono stati costretti a mettere in vendita la casa. La sanità – contesta ancora il Comitato – «che abdica al proprio ruolo e trasferisce il costo delle proprie inefficienze sui più fragili».
«Soldi persi per burocrazia e cattiva gestione»
Una motivazione riguardo la restituzione dei soldi, l’Asp l’avrebbe pure data al Comitato. Una giustificazione però definita «surreale»: le risorse sarebbero state di competenza del 2025 e non più utilizzabili. «È il burocratichese più sterile, perché ignora che i DCA 302 e 316 non sono fondi annuali a scadenza, ma tetti di spesa pluriennali, definiti per garantire i LEA. Dal punto di vista normativo non serve alcun nuovo decreto: Basta una nota informativa alla Regione per chiarire che le risorse, non utilizzate per cause amministrative (Pubblicazione DCA Novembre 2025, mancata firma dei contratti a tutt’oggi), sarebbero state spese nell’annualità successiva. Quella nota, però, non può essere “mandata” perché troppo complicato oppure perché non sappiamo per quale arcano motivo; ed allora, in quanto fondi vincolati, si restituiscono alla Regione, che nell’ambito del comparto socio-sanitario provvedere a distribuire alle altre province».
«Ancora una volta pagano i vibonesi»
Un paradosso che si inserisce in un contesto già in piena difficoltà, come dimostrano i Lea territoriali che nel Vibonese «sono fermi a 8,8 punti, contro i 17 punti di altre province calabresi e i 24 che rappresentano lo standard. In un contesto simile, restituire fondi vincolati al socio-sanitario significa una cosa sola: consentire che quelle risorse vengano redistribuite altrove, verso province già più performanti. È questa la grande furbata: in un territorio debole, con LEA bassissimi, si rinuncia alle risorse invece di usarle per recuperare il divario, lasciando il Vibonese indietro mentre altri avanzano». Il Comitato denuncia quindi la situazione: «Restituire 2,6 milioni di euro non è rigore amministrativo né rispetto delle regole. È una scelta che indebolisce l’ospedale, svuota il territorio, vanifica il PNRR e spinge i cittadini a pagare cure che dovrebbero essere garantite dal servizio pubblico. Quando il fabbisogno è noto, le risorse ci sono e la legge consente di usarle, non farlo non è prudenza: è cattiva gestione. E a pagare, ancora una volta, è il diritto alla salute dei vibonesi». (ma.ru.)
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