Non solo Lo Moro: anche nelle città dove governa, il Pd continua a farsi del male da solo
Il sadomasochismo nelle città e nei territori. Altro che campo largo: continuando così, come si può sperare in una alternativa credibile al centrodestra?

COSENZA Il sadomasochismo è un tratto di personalità o un disturbo caratterizzato dal bisogno di infliggere sofferenza fisica, psicologica o umiliazione ad altri o a se stessi per ottenere piacere, potere o controllo: la definizione attiene al mondo clinico ma forse siamo arrivati al momento giusto per tirarla in ballo a proposito del Pd calabrese. Sì perché ormai “tafazzismo” fa quasi simpatia e autolesionismo e masochismo iniziano a non rendere l’idea: il “bisogno” continuo di farsi del male, sul sottile crinale tra il dolore e il piacere, sembra l’unico mantra del centrosinistra calabrese e – segnatamente – del maggior partito della coalizione.

Prendete l’ultimo caso: Doris Lo Moro, per storia personale e impegno nelle istituzioni una dei riconosciuti optimates del centrosinistra, col suo strappo ufficializzato ieri mattina chiude un cerchio che l’ha vista bersagliata non solo nel Pd ma anche dalla stessa opposizione di cui fa parte, in una vicenda kafkiana che ha condotto alla campagna elettorale dell’anno scorso a Lamezia Terme, passata da liti, guerre intestine nel partito, mal di pancia e piedi puntati sullo sfondo delle dimissioni di Giampà dai vertici locali per arrivare agli esiti (scontati) che tutti conosciamo.
Il copione prevede infatti che a giovarsi del lieto fine sia sempre il centrodestra, mentre il cosiddetto campo largo è piuttosto un campo di battaglia dove va in scena un derby: il vero avversario è in casa, non è la squadra sfidante. Una deriva che il centrosinistra sembra voler perseguire scientemente; lasciando Lamezia basta concentrarsi sulle città dove governa: specialmente dove, non senza difficoltà nelle fasi iniziali e in quelle correnti, la coalizione può fare leva su figure specchiate o professionisti o amministratori dal cursus honorum invidiabile, ecco che scatta il gioco a distruggere (e ad autodistruggersi).

A Catanzaro il sindaco Nicola Fiorita non ha vita facile (senza la stampella di Mancuso sarebbe a casa), a Cosenza il suo omologo Franz Caruso è appeso a un rimpasto che sembra un parto trigemellare e una autocandidatura alla Provincia messa sul tavolo esattamente un mese fa ma ancora non approvata. Restando dalle parti del Campagnano non si può non ricordare Sandro Principe e il tira e molla persino sul suo nome – in quel caso quasi un’investitura di popolo più che una autocandidatura, confermata poi da numeri bulgari – e la decisione, rivelatasi scellerata, da parte del Pd non solo di non sostenerlo ma addirittura di non correre a Rende col proprio simbolo; in questo, Corigliano Rossano ha segnato la strada per la doppia vittoria di Flavio Stasi senza il cappello dem.
Simili scenari hanno caratterizzato la genesi della candidatura di Enzo Romeo poi eletto sindaco di Vibo Valentia pur in una partita non agevole – ma resa ancora meno facile sempre per volontà interna – e l’uscita di scena di Giuseppe Falcomatà dal palazzo comunale di Reggio Calabria dopo il voto regionale che lo ha incoronato consigliere: una trama degna di una serie tra il comico e il drammatico.
Elezioni a parte, non va meglio nelle sedi di partito – e per tutte basti la disfida nel Pd cosentino, vicenda che il 3 febbraio avrà una nuova, entusiasmante puntata –, un tempo sezioni di confronto e crescita diventate con gli anni avamposti di territori balcanizzati, con i ras locali che dettano legge a fronte di un livello regionale spesso silente e un correntismo che sa di Prima Repubblica in purezza.
Altro che campo largo: l’impressione è che si punti a sfasciare tutto il centrosinistra, mentre il civismo inizia a essere sempre più coltivato come alternativa ai partiti tradizionali.
Qualcuno, a urne appena chiuse – era lo scorso ottobre – annotava e faceva notare che il Pd alle Regionali avesse preso meno voti dei (furono) DS, che a Corigliano Rossano la consigliera eletta nella lista pd Rosellina Madeo fosse fuori dal circolo Pd, partito che nel (fu) fortino comunista San Giovanni in Fiore è fermo al 3,5% e che perfino nel capoluogo Cosenza non va oltre l’11,5% (a fronte della media regionale del 13,5%), tanto che l’unico consigliere regionale eletto in città non ha la tessera dem. Non solo: che con Mario Oliverio candidato governatore, poco più di 10 anni fa si vinse con il 64%.
Questi sono numeri. Dopo l’auspicata autocritica toccherebbe, forse, porsi però una domanda: che credibilità può avere un centrosinistra così, sia come opposizione in Consiglio regionale sia quando tornerà il momento di presentare una proposta alternativa di governo? (e.furia@corrierecal.it)
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