L’arresto di Francesco Strangio a Rose, il telefono accanto alla cocaina e il messaggio di una donna: «Scappa»
In Corte d’Assise a Cosenza, il teste torna al blitz del 2019. «L’utilizzatore dell’account, attraverso Telegram, gli diceva di scappare»

COSENZA Il blitz risale al 14 febbraio del 2019, in contrada Petraro a Rose, in provincia di Cosenza: alle 20.45 i carabinieri dei Comandi Provinciali di Cosenza e Reggio Calabria sorprendono Francesco Strangio (classe ’80) sul quale pende un mandato di cattura. E’ colpito da un ordine di esecuzione per la carcerazione emesso dalla Corte d’Appello di Reggio Calabria perché – secondo l’accusa – i clan di ‘ndrangheta nel Cosentino avrebbero «favorito la sua latitanza», collaborando nella fornitura di sostanza stupefacente con l’associazione di narcotraffico.
Qualche ora dopo, gli uomini della squadra mobile di Cosenza – a seguito di una segnalazione – si recano nei pressi del luogo del blitz e in un terreno adiacente rinvengono tre «pacchi di cocaina dal peso complessivo di 3 chilogrammi». Una notizia rilevante nel solco di una ampia e complessa indagine dedicata al narcotraffico nel Cosentino, ma ancora più importanti sarebbero gli indizi raccolti sul presunto rapporto esistente tra Strangio e la mala bruzia. Le forze dell’ordine analizzano «il telefono cellulare trovato nel covo» e segnalano alcune utenze sospette, memorizzate, e presumibilmente utilizzate per comunicare con l’esterno.
In Corte d’Assise a Cosenza, si torna in aula per una nuova udienza del processo scaturito dall’inchiesta della Dda di Catanzaro denominata “Recovery”, una costola della maxi operazione “Reset”, che confermerebbe l’esistenza di una confederazione di ‘ndrangheta in terra bruzia. A riferire – in qualità di testimone – i dettagli delle investigazioni condotte all’epoca dei fatti è il maresciallo capo Mario Giasi: attualmente in servizio al Nas Carabinieri di Potenza, ma prima in servizio alla stazione Carabinieri di Lattarico.
La rete del fuggitivo
Il racconto offre spunti interessanti utili ad analizzare le fasi di una indagine complessa. In un video, registrato il 7 giugno 2018, si vede «un giovane di colore mentre defogliava piante di canapa» e qualcuno parla «di Strangio e del nipote (…) di come erano riusciti a scappare calandosi dal balcone». Strangio avrebbe goduto, dunque, di una rete di protezione, garantita da alcuni imputati nel processo. C’era chi si occupava di trovare i luoghi adatti a coprirne la fuga e chi invece si sarebbe preso cura del latitante assicurando beni di prima necessità.
Il giorno della cattura «indossava una particolare felpa grigia con un cappuccio che nel corso della stessa giornata» una donna «aveva steso sul balcone della propria casa». La circostanza si evince a seguito dell’analisi di alcuni fotogrammi, estrapolati dall’attività di video sorveglianza effettuata dai carabinieri del Ros di Reggio Calabria. La mattina del 14 febbraio 2019, il giorno dell’arresto di Strangio, le riprese della telecamera installate nell’abitazione diventata poi covo del latitante, «immortalano l’uscita di casa della donna e di sua figlia». Quest’ultima tornerà poi in casa portando con sé delle «buste».
Il cellulare
Il racconto del testimone prosegue e si ferma al giorno successivo dell’arresto di Strangio, quando la Polizia rinviene un ingente quantitativo di cocaina sul retro della palazzina in contrada Petraro. Vicino allo stupefacente, chi interviene recupera anche «uno smartphone K9 modello LG al cui interno era stata inserita una sim». Sarà lo stesso maresciallo Giasi ad analizzare il contenuto del dispositivo telefonico, dal quale si evincerebbe come il principale utilizzatore del telefono (intestato ad un’altra persona) fosse in realtà lo stesso Strangio. Il giorno dell’arresto, alla stessa ora in cui erano in corso le operazioni per la cattura del latitante, «l’utilizzatore dell’account “Muhammad”, attraverso Telegram, gli diceva di scappare». Non solo. «All’interno del telefono vi erano sempre riferimenti alla chat con questo Muhammad che abbiamo capito essere una donna», riferisce il teste. Nel cellulare saranno rinvenute «fotografie nelle quali viene ritratto all’interno e la plancia del cruscotto di un’autovettura Peugeot esattamente corrispondente al modello dell’auto in uso» alla stessa donna. Una prova per l’accusa del sostegno ricevuto da Strangio. (f.benincasa@corrierecal.it)
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