L’ombra dei clan dell’Aspromonte sul capannone “magazzino della droga” nel Canavese
Panetti termosaldati di marijuana e hashish, ovuli pronti per lo spaccio e 17mila euro in contanti. L’area da anni monitorato per l’alta densità di famiglie legate alle cosche

Panetti termosaldati di marijuana e hashish, ovuli pronti per lo spaccio e una pioggia di contanti. Dietro l’ingente sequestro di oltre 430 chili di stupefacenti messo a segno dai Carabinieri della Compagnia di Ivrea, non si nasconde un semplice giro di spaccio locale, ma si potrebbe nascondere l’ombra lunga dei clan aspromontani della Locride. L’area di Leinì è da anni monitorato per l’alta densità di famiglie legate alle cosche della fascia aspromontana, capaci di tessere rotte del narcotraffico e gestire affari milionari lontano dalla propria terra d’origine.
Il blitz all’alba: dal casello al deposito
L’operazione, scattata all’alba del 29 gennaio, è il frutto di un controllo stradale che ha fatto saltare il banco di un’organizzazione che sembrerebbe ben più complessa rispetto ai tre uomini già individuati. L’ingente carico di stupefacente, infatti, fa pensare a un sistema con legami radicati e un mercato ben preciso.
Tutto è iniziato nei pressi dello svincolo autostradale di Settimo Torinese, dove i militari hanno intercettato un’utilitaria sospetta. Al volante, un 48enne torinese che viaggiava con un “carico pesante”: 24 chili di marijuana e diversi panetti di hashish stipati nel bagagliaio.
Una scoperta che portato gli uomini dell’Arma a bussare alle porte di un capannone a Leinì, sede di un’azienda gestita da due complici cinquantenni del Canavese. All’interno della struttura, trasformata in un vero e proprio magazzino del narcotraffico, i Carabinieri – supportati dal fiuto dei cani Berla e Rhum del Nucleo Cinofili di Volpiano – hanno trovato oltre ai 344 chili di hashish già confezionati, i 60 chili di marijuana pronti a partire a bordo di un’altra vettura, quasi un chilo di droga in ovuli e circa 17mila euro in contanti.

La possibile regia della ‘ndrangheta in un’area nel mirino
Un sequestro che potrebbe rappresentare un segmento di un traffico molto più vasto, una sorta di “hub” destinato a inondare le piazze di spaccio dell’intero Nord Italia. Il coinvolgimento di Leinì non è affatto un caso isolato. Nel 2012 il Consiglio comunale del centro in provincia di Torino, a pochi chilometri da Volpiano, fu sciolto dal Consiglio dei Ministri a seguito delle indagini dell’inchiesta “Minotauro” sulla ‘ndrangheta in Piemonte, che evidenziarono condizionamenti mafiosi sull’amministrazione locale.
Sul ritrovamento di un così ingente carico di droga non si escluderebbe la regia dei clan della Locride, che avrebbero stabilito in zona basi operative fisse utilizzando aziende locali come paravento insospettabile. Un sistema collaudato che permetterebbe di stoccare e smistare tonnellate di droga nel cuore della provincia torinese, confermando la pervasività e la capacità di infiltrazione della ‘ndrangheta nel tessuto economico e criminale del Piemonte.
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