‘Ndrangheta, il killer «con gli occhi chiari» e l’agguato a Michele Palumbo per «mandare un messaggio a Pantaleone Mancuso»
In aula il sovrintendente di Polizia Antonello Marasco racconta l’omicidio avvenuto a Longobardi nel 2010, un «crocevia» per la storia criminale vibonese

VIBO VALENTIA Michele Palumbo sarebbe stato ucciso per «mandare un messaggio a Pantaleone Mancuso»: «Qua la zona è nostra, ce la prendiamo noi». E, di conseguenza, «escludere Palumbo significava escludere Pantaleone Mancuso». A ricostruire l’omicidio avvenuto a Longobardi, frazione di Vibo, la sera dell’11 marzo 2010 è il sovrintendente Antonello Marasco, in servizio presso il Sisco e ai tempi presso la Squadra Mobile di Vibo Valentia, escusso durante il processo in corso di fronte la Corte d’Assise di Catanzaro, presieduta dal Presidente Alfredo Cosenza, e scaturito dall’operazione Porto Salvo. L’inchiesta ha provato a far luce su una serie di omicidi tra il 2002 e il 2012, maturati nella faida tra i Piscopisani-Tripodi e i Patania-Mancuso in una lotta di potere per il controllo delle marinate. Tra questi si inserisce quello di Michele Palumbo, ritenuto emissario di Pantaleone Mancuso: per il suo omicidio, però, sono stati assolti nel rito abbreviato Salvatore Tripodi, Rosario Fiorillo e Rosario Battaglia, di fatto facendo crollare l’impianto accusatorio della Dda. Unico imputato per l’agguato a Palumbo, nel rito ordinario, invece Michele Fiorillo (cl.86) , difeso dall’avvocato Diego Brancia.
L’omicidio a Longobardi
L’agguato – racconta Marasco al pm Andrea Buzzelli – è avvenuto l’11 marzo 2010, mentre Palumbo era di rientro a casa dopo aver preso le proprie figlie in palestra a Pizzo. Vicino la sua abitazione di Longobardi, due uomini «vestiti di nero con i passamontagna aprono il fuoco e uccidono Palumbo». Uno dei killer, come raccontato dalle figlie testimoni dell’omicidio, avrebbe avuto gli occhi chiari ed entrambi avrebbero avuto una corporazione esile, ricorda Marasco. Un dettaglio che in controesame verrà ripreso anche dall’avvocato Brancia, sottolineando come l’imputato, Michele Fiorillo, non abbia gli occhi chiari né al momento dell’omicidio, avrebbe avuto una corporatura corrispondente alla descrizione. Due giorni dopo dell’omicidio – continua Marasco – «viene rinvenuta in Contrada Troilo di Triparni una FIAT Uno» con all’interno due armi bruciate, che gli esperti «indicano queste due armi come quelle che hanno ucciso Palumbo».
La guerra di ‘ndrangheta nel Vibonese
Le indagini si concentrano subito sul movente. Gli investigatori – spiega il teste – erano già a conoscenza del legame che ci sarebbe stati tra Michele Palumbo e Pantaleone Mancuso, anche in virtù dei rapporti che Tita Buccafusca, moglie di quest’ultimo, avrebbe avuto con la famiglia di Palumbo. «Avevamo accertato la presenza di Tita Buccafusca al funerale di Michele Palumbo» racconta il teste. Ulteriori approfondimenti hanno fatto emergere la vicinanza con Mancuso e «questo secondo noi era il motivo per cui è stato ucciso Palumbo». In particolare, «Vibo Marina e le marinate di Vibo erano tenute sotto l’influenza di Pantaleone Mancuso, detto Scarpuni, il che significava prendere le estorsioni lì, far fare i lavori alle ditte che erano di suo gradimento». È qui che entrano in gioco i Piscopisani che, decisi a prendersi il controllo della zona, avrebbero stretto un legame con i Tripodi: «Si uniscono in questo gruppo che da quel momento decide di prendersi quella zona, escludendo per forza di cose Pantaleone Mancuso». Per farlo, avrebbero ucciso il suo “emissario” sulle Marinate. Un agguato che, per il teste, rappresenta un «crocevia» per la storia criminale delle Marinate, perché di fatto avrebbe aperto all’ascesa criminale del gruppo di Piscopio.
Il controesame
Una ricostruzione contestata dal legale difensore di Michele Fiorillo, l’avvocato Diego Brancia, che in controesame ha ribadito l’assoluzione arrivata in abbreviato per gli altri imputati per l’omicidio Palumbo e chiesto chiarimenti su alcuni elementi presentati dal teste. Oltre alla discordanza tra l’imputato e la descrizione dei killer da parte dei testimoni, il legale ha sollevato dubbi pure sulla vicenda – riscontrata dagli investigatori solo dopo l’omicidio – di una presunta intimidazione avvenuta a casa della vittima. Prima dell’agguato la casa sarebbe stata attinta «in una gronda di scolo dell’acqua da colpi d’arma da fuoco», poi riparata con «del mastice amaranto». Il proiettile repertato «è risultato compatibile» con altri due episodi successivi: l’auto-ferimento per errore del collaboratore di giustizia Raffaele Moscato e il danneggiamento dei mezzi di una ditta di Piscopio, quest’ultima vicenda confluita nel processo Rimpiazzo. Di queste vicende, tuttavia, Michele Fiorillo non è stato accusato: su questo si è concentrata una parte del controesame, a dimostrazione che la stessa arma all’origine dell’intimidazione ai danni di Palumbo non sarebbe stata in possesso di Fiorillo. (ma.ru.)
Il Corriere della Calabria è anche su WhatsApp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato