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L’omicidio del brigadiere Tripodi e l’inchiesta archiviata: l’ombra del sequestro De Feo dietro l’esecuzione

I racconti di due collaboratori di giustizia hanno fatto riaprire il caso, poi archiviato per mancanza di «riscontri esterni». Dietro l’agguato le indagini sugli affari dei clan

Pubblicato il: 13/02/2026 – 19:03
di Mariateresa Ripolo
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L’omicidio del brigadiere Tripodi e l’inchiesta archiviata: l’ombra del sequestro De Feo dietro l’esecuzione

REGGIO CALABRIA Racconti che cristallizzavano quanto poteva essere accaduto nel lontano 1985 nel cuore dell’Aspromonte, periodo nero in una Locride piegata dai clan di ‘ndrangheta, il cui business principale era rappresento dai sequestri di persona. Racconti che tuttavia non sono stati sufficienti per ricostruire una verità che attualmente appare ancora lontana. Le rivelazioni dei collaboratori di giustizia Rocco Mammoliti e Domenico Agresta avevano riacceso la speranza di poter fare luce su un delitto rimasto avvolto nel mistero per oltre quarant’anni: quello del brigadiere dei carabinieri Carmine Tripodi, ucciso a San Luca il 6 febbraio 1985. 

I racconti dei pentiti e l’ombra dei sequestri di persona

È nelle stanze della Dda di Reggio Calabria che, nel 2021, il silenzio sull’omicidio del sottufficiale sembrava essersi spezzato. «Sono a conoscenza di questa vicenda perché mi è stata raccontata da mio padre e perché era notorio nel nostro ambiente», a raccontarlo nell’interrogatorio reso il 23 febbraio 2021 davanti ai magistrati della Dda reggina, il collaboratore Mammoliti. Secondo i racconti del collaboratore, Tripodi era diventato obiettivo dei clan «perché aveva identificato i reali sequestratori di De Feo», l’ingegnere napoletano, rapito a Casavatore agli inizi del 1983 e liberato, dopo oltre un anno di prigionia, nelle campagne di Oppido Mamertina.
Tripodi in quel periodo stava operando nel territorio aspromontano per fare luce sui numerosi sequestri di persona che si consumavano sul territorio, quando morì a soli 25 anni a seguito di un agguato messo a segno da un commando che lo uccise mentre da San Luca stava rientrando a casa, su quella che oggi è conosciuta da tutti come “la curva del brigadiere”.
Alle dichiarazioni di Mammoliti si sono aggiunti i dettagli forniti da un altro collaboratore, Domenico Agresta, le cui parole hanno offerto ulteriori tasselli per ricostruire la dinamica e le responsabilità di quel 6 febbraio 1985.

La nuova inchiesta finita in una archiviazione

Proprio questi nuovi elementi avevano spinto la Procura a tentare l’ultima carta: quella della scienza. Il fulcro dell’ultima fase investigativa è stato il tentativo di estrapolare tracce genetiche dai reperti conservati per quarant’anni. Gli inquirenti puntavano su un dato storico certo: prima di morire per mano del commando che gli sparò contro diversi colpi di arma da fuoco, il brigadiere Carmine Tripodi, seppur ferito, riuscì a esplodere cinque colpi con la pistola d’ordinanza, ferendo uno dei suoi killer. I Ris di Messina hanno setacciato ogni frammento: indumenti, sassi, toppe di asfalto, rinvenuti sulla scena del delitto. L’obiettivo era trovare il profilo genetico del killer ferito per confrontarlo con i sospettati indicati dai pentiti. Ma gli accertamenti biologici non hanno prodotto riscontri: nonostante le rivelazioni dei collaboratori, il gip ha dovuto prendere atto dell’insufficienza di prove per sostenere un processo. Nel decreto di archiviazione si legge chiaramente che la richiesta del pubblico ministero è condivisibile poiché: «Gli elementi in atti non consentono di formulare una ragionevole previsione di condanna, non essendo le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia accompagnate da riscontri esterni».

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