Rosa Vespa, il delitto e il castigo
La canea mediatica dei social la vorrebbe lapidata. E invece sarà giudicata in proporzione a ciò che ha commesso

COSENZA Un anno fa Rosa Vespa rapì insieme al marito, poi risultato estraneo ad ogni responsabilità, per poche ore una bambina a Cosenza. Lo fece perché aveva simulato una gravidanza. Un caso che fece clamore. La perizia psichiatrica svolta per conto dal gip da tre professionisti ha confermato che è era in grado di intendere e di volere.
Che Rosa Vespa non fosse affatto matta lo aveva già scritto bene Paolo De Pasquali nella perizia svolta per il Pm. Che la follia non c’entrasse niente in questa vicenda era già noto. Che Rosa abbia commesso un reato è pacifico ma è altrettanto pacifico che debba essere valutato come tale. Non come un omicidio, né come un maltrattamento o sequestro di persona.
Non è il vizio italico di ingigantire per poi sminuire. Il reato c’è stato eccome. Ma è giusto che venga trattato per quello che è. La canea mediatica dei social la vorrebbe lapidata. E invece sarà giudicata in proporzione a ciò che ha commesso.
Pensare che atti del genere siano collegati alla follia è un modo per difendersi collettivamente. Anche il richiamo ai disturbi di personalità, come ci ricorda in linea generale Stefano Ferracuti, va fatto come un modo pervasivo di vivere la vita non certo come follia.
Certo, restano dubbi sulla ingenuità del marito ma anche questi sapranno essere valutati da chi ha competenza. C’è chi scrive che negli USA Rosa sarebbe stata condannata a venti anni. Ecco, anche per questo, è meglio, molto meglio essere italiani. (redazione@corrierecal.it)
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