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il processo

La guerra di ‘ndrangheta nel Vibonese: la «sete di vendetta» dopo l’omicidio di Michele Palumbo

Il sovrintendente di Polizia Antonello Marasco ricostruisce in aula le reazioni all’omicidio nella faida tra Piscopisani-Tripodi e Mancuso-Patania

Pubblicato il: 16/02/2026 – 7:00
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La guerra di ‘ndrangheta nel Vibonese: la «sete di vendetta» dopo l’omicidio di Michele Palumbo

VIBO VALENTIA L’omicidio di Michele Palumbo fu un «crocevia» nella storia criminale vibonese. Un agguato che avrebbe consentito l’ascesa del clan dei Piscopisani nel controllo delle frazioni marine, ma anche fatto degenerare la guerra di ‘ndrangheta tra le due fazioni: da una parte i Mancuso-Patania, dall’altra i Piscopisani uniti ai Tripodi. Proprio su quest’ultimo clan si sarebbero appoggiati per gestire gli affari illeciti sulla costa, essendo loro originari di Porto Salvo, frazione alle porte di Vibo Marina. Il sovrintendente di Polizia Antonello Marasco, escusso in aula nell’ambito del processo che si sta svolgendo in Corte d’Assise a Catanzaro, ha raccontato l’omicidio di Michele Palumbo, ucciso nel 2010, ma anche la reazione successiva che avrebbe fatto degenerare la guerra tra clan. Un omicidio che, allo stato attuale, resta ancora impunito: nel rito abbreviato è crollato l’impianto accusatorio della Dda con l’assoluzione degli imputati per l’omicidio Palumbo.

La reazione dopo l’omicidio

Marasco, oltre a raccontare l’agguato sulla base delle testimonianze e delle indagini, ricostruisce le reazioni che ci sarebbero state in seguito all’omicidio, inserito in una sanguinosa faida tra cosche. Palumbo, ritenuto dagli inquirenti «emissario» di Pantaleone Mancuso, sarebbe stato ucciso proprio per escluderlo dal contesto criminale di Vibo Marina. «C’è stata una prima reazione due mesi dopo, quando due killer a bordo di uno scooter vanno a Piscopio e sparano al bar» racconta Marasco. Obiettivo dell’agguato sarebbe stato Rosario Battaglia, perché «ritenuto mandante quantomeno dell’omicidio Palumbo». Battaglia, nel rito abbreviato, è stato assolto dall’accusa per la vicenda di Michele Palumbo, ma condannato all’ergastolo per l’omicidio di Mario Longo. «Secondo noi era stata una prima risposta» afferma Marasco, che riprendendo le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Giuseppe Comito racconta anche di un presunto piano di «vendetta» per compiere un duplice omicidio contro il clan Tripodi: «Parlava di un gruppo di siciliani che erano stati incaricati anche di fare questo omicidio, avevano rubato un’auto da utilizzare, poi si era deciso di utilizzare uno scooter». Un gruppo che sarebbe effettivamente venuto a Vibo «diversi giorni per fare i sopralluoghi mirati all’omicidio», ma dal momento che in quello stesso periodo avrebbero fatto alcune rapine sarebbero stati poi arrestati, fermando sul nascere il presunto piano omicidiario.

La guerra di ‘ndrangheta

La guerra di ‘ndrangheta, dopo l’omicidio Palumbo, sarebbe comunque andata avanti per anni, lasciando una scia di sangue tra Vibo Marina e Piscopio, tra cui l’omicidio di Davide Fortuna sulla spiaggia di Vibo Marina, del cui concorso è accusato anche Pantaleone Mancuso. L’omicidio Fortuna sarebbe stata una reazione all’omicidio di Fortunato Patania, ma per il sovrintendente di Polizia sarebbe l’omicidio Palumbo la chiave di volta della guerra tra clan, dal momento che – riferendosi a Pantaleone Mancuso, a cui è contestato solo l’omicidio Fortuna – afferma: «Io penso che il suo odio nei confronti dei Piscopisani o comunque la sua sete di vendetta nasce proprio dall’omicidio Palumbo, che comunque è stato quello precedente a tutti questi altri fatti, perché Palumbo avviene nel 2010, nel 2011 avvengono i primi omicidi e a seguire gli altri fatti di sangue di quella faida». (ma.ru.)

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