Il diktat degli Arena sui villaggi turistici e il timore dei condomini: «Lavori solo ai referenti del clan»
Il sistema di controllo al “Seleno” e al “Margheritissima” a Isola Capo Rizzuto: assemblee condizionate e il monopolio assoluto su manutenzioni e spiagge

ISOLA CAPO RIZZUTO «I condomini non hanno la libertà di affidare incarico a ditte esterne al villaggio per effettuare lavori di manutenzione varia al proprio appartamento». Inizia così il racconto amaro di chi, per anni, ha vissuto all’interno dei complessi residenziali “Seleno” e “Margheritissima”, trasformati in veri e propri feudi sotto il controllo della criminalità organizzata a Isola Capo Rizzuto.
Un imperativo mafioso al quale si doveva obbedire e in cambio del quale veniva «garantita la sicurezza all’interno del villaggio”. L’inchiesta “Black Flower”, condotta dalla Dda di Catanzaro, ha scoperchiato un sistema di oppressione silente che ha portato a sette arresti. Non era solo una questione di gestione, ma un ordine perentorio: i condomini potevano solo scegliere se fare i lavori da soli o rivolgersi ai nomi imposti dalla famiglia Arena.
La regia del clan e la divisione dei ruoli
Le testimonianze raccolte dagli investigatori descrivono una realtà soffocante. Una condomina spiega con chiarezza il vicolo cieco in cui si trovavano i residenti: «Unica alternativa consentita è quella di farseli da soli con le proprie mani come in genere faccio spesso io. Ma chi come me, per i lavori più gravosi, è impossibilitata, è obbligata a fare ricorso a loro».
Per ogni necessità c’era un referente preciso, tutti riconducibili alla galassia Arena-Scerbo: Vincenzo e Carmine Scerbo o Antonio Arena per la portineria e la guardiania; Rosario Scerbo per i servizi balneari; Giuseppe Friio per il giardinaggio.
Il controllo avveniva anche e soprattutto nelle sedi decisionali, durante le assemblee condominiali, dove la presenza di soggetti appartenenti alle famiglie criminali fungeva da scudo contro ogni tentativo opposizione a un ordine prestabilito. «La discussione delle questioni quanto la votazione assembleare erano condizionate dalla presenza degli esponenti delle famiglie criminali, i quali esercitavano una coercizione silente sulla loro volontà». Bastava infatti la loro presenza fisica per intimorire e per orientare le delibere, raccontano diversi condomini.
In passato il condominio era autonomo: possedeva un trattore, un pulisci-spiaggia e un rimorchio per il trasporto delle persone. Ma il clan aveva cannibalizzato tutto in poco tempo. Fu Giuseppe Arena – ricostruiscono gli investigatori tramite alcune testimonianze – a imporre all’epoca di attribuire i servizi alla propria famiglia, ottenendo persino l’attrezzatura condominiale a titolo gratuito. Nel 2019, il “business” è stato ulteriormente frammentato: a Rosario Scerbo la posa degli ombrelloni, agli Arena il servizio navetta e la pulizia della spiaggia.
E secondo la ricostruzione dell’accusa, oltre alla privazione della libertà, i condomini dovevano subire lo schiaffo dell’inefficienza. Dalle dichiarazioni infatti emerge un profondo grado di insoddisfazione: spese sempre crescenti a fronte di servizi scadenti. Eppure, uscire dal sistema era impossibile: anche quando qualcuno provava a interpellare ditte esterne, queste rifiutavano il lavoro, consapevoli di chi deteneva realmente il controllo del territorio.
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