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Giustizia, terzietà del giudice e ruolo del pm: a Lamezia il confronto sul referendum

Al Costabile incontro pubblico in vista del voto tra un mese. Di Pietro: «Più autonomia e indipendenza». Sul fronte opposto Bisogni: «Maggiore influenza della politica»

Pubblicato il: 21/02/2026 – 7:22
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Giustizia, terzietà del giudice e ruolo del pm: a Lamezia il confronto sul referendum

LAMEZIA TERME Al Teatro Costabile di Lamezia Terme il confronto sulla riforma della giustizia entra nel vivo, a poche settimane dal referendum. Sul palco si incrociano due visioni opposte: quella dell’ex magistrato ed ex ministro Antonio Di Pietro, schierato per il Sì, e quella di Marco Bisogni, componente del Consiglio superiore della magistratura, che invita a votare No. Un dibattito che si concentra su separazione delle carriere, autonomia della magistratura e ricadute sul sistema delle garanzie per i cittadini. Presenti anche l’avvocato Giuseppe Murone – Vice presidente del Comitato Giovani Avvocati per il Sì – e Giovanni Strangis – presidente della Sezione Distrettuale di Catanzaro dell’Associazione Nazionale Magistrati. Sul palco, invece, sono intervenuti tra gli altri il sindaco Mario Murone, la Presidente della Corte d’Appello di Catanzaro Concettina Epifanio e il presidente del Tribunale di Lamezia Terme, Giovanni Garofalo.

Di Pietro: «Autonomia e indipendenza restano identiche anche dopo la riforma»

Di Pietro ha sostenuto che la riforma «è la naturale conseguenza di una scelta compiuta innanzitutto dal legislatore nel 1948, quando si decise di rendere accusa e difesa uguali di fronte a un giudice terzo», richiamando poi il passaggio al processo accusatorio introdotto con il ministro Vassalli. Secondo l’ex magistrato, il superamento del modello inquisitorio ha segnato un’evoluzione necessaria, anche perché in passato «la figura del pretore o del giudice istruttore indagava e poi giudicava», con evidenti criticità sul piano della serenità per chi entrava in un’aula di giustizia. In questa prospettiva, ha aggiunto, la riforma «completa un percorso di terzietà del giudice rispetto al pubblico ministero», sottolineando che «in uno Stato di diritto l’arbitro non deve far parte della stessa famiglia di uno dei giocatori», poiché sarebbe come disputare «una partita di calcio in cui l’arbitro appartiene alla squadra avversaria».
Sempre in chiave favorevole al Sì, Di Pietro ha evidenziato che la riforma, in particolare nella fase delle indagini preliminari, metterebbe chi valuta l’operato del pubblico ministero «nelle condizioni di farlo con maggiore autonomia», garantendo che il giudice non appartenga alla stessa carriera dell’accusa. Ha quindi insistito sul tema dell’indipendenza della magistratura: «Non lasciatevi fuorviare, autonomia e indipendenza restano identiche anche dopo la riforma, se dovesse vincere il Sì. Anzi, sotto certi aspetti aumentano», perché verrebbe eliminato «quel cordone ombelicale che unisce giudice e pubblico ministero nella carriera, nel Consiglio superiore della magistratura e nelle valutazioni disciplinari». Per l’ex ministro, inoltre, «rimangono intatte l’obbligatorietà dell’azione penale, la disponibilità della polizia giudiziaria e la ricerca della verità da parte del pubblico ministero, che resta all’interno della giurisdizione», mentre l’allarme su un presunto indebolimento della magistratura sarebbe «un allarmismo mediatico» che rischia di indurre i cittadini a votare No senza entrare nel merito della riforma. Di Pietro ha infine ribadito che, anche in caso di vittoria del Sì, «per i magistrati che vogliono fare il proprio dovere non cambierà nulla», poiché potranno continuare a svolgere le proprie funzioni come prima.

Bisogni: «La politica diventerebbe più influente sulle carriere e sul disciplinare dei magistrati»

Di segno opposto la posizione di Marco Bisogni, componente del Csm e sostenitore del No, che ha innanzitutto sottolineato l’importanza del confronto pubblico: «I cittadini hanno diritto a un dibattito su questioni che riguarderanno l’assetto istituzionale della magistratura ma anche le tutele e i diritti dei cittadini nei prossimi anni», auspicando «un confronto pacato» tra le diverse posizioni. Nel merito della riforma, Bisogni ha espresso la preoccupazione che la separazione delle carriere possa determinare «un pubblico ministero sempre più orientato verso il ruolo dell’accusa e quindi sempre più intento a ricercare un risultato a ogni costo», contrapponendo a questo scenario il modello attuale, che a suo avviso vede nel pm «la ricerca della verità» come obiettivo principale e rappresenta «una tutela fondamentale per i cittadini, soprattutto per i più deboli, che non possono permettersi una difesa qualificata o un avvocato costoso». A un mese dal referendum, il consigliere del Csm ha inoltre richiamato la necessità di «eliminare il rumore di fondo dal dibattito» per concentrarsi sui contenuti reali della riforma, auspicando che polemiche e strumentalizzazioni lascino spazio «a una riflessione seria su cosa significhi votare Sì o votare No». Pur affermando che, come magistrato, il proprio lavoro «continuerà prima e dopo la riforma», Bisogni ha dichiarato di sentirsi «più preoccupato come cittadino», ritenendo che la riforma possa modificare gli equilibri tra politica e magistratura «a favore di un sistema in cui la politica è più influente sulle carriere e sul disciplinare dei magistrati». Un modello, ha concluso, in cui «l’esecutivo è più incisivo sugli organi di garanzia», tendenza che si starebbe diffondendo in varie parti del mondo e che, a suo giudizio, solleva interrogativi che saranno i cittadini italiani a valutare con il voto referendario. (Gi.Cu.)

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