Skip to main content

Ultimo aggiornamento alle 20:00
Corriere della Calabria - Home

I nostri canali


Si legge in: 3 minuti
Cambia colore:
 

la strategia del terrore

Isola Capo Rizzuto, la minacce dei clan per riprendersi gli appartamenti delle aste: «Li facciamo trovare scannati in un fosso»

I titolari della società e i legami con il clan dei Gentile, emersi nell’inchiesta “Black Flower”. Le richieste di denaro e i messaggi agli acquirenti di un appartamento

Pubblicato il: 22/02/2026 – 19:01
di Mariateresa Ripolo
00:00
00:00
Ascolta la versione audio dell'articolo
Isola Capo Rizzuto, la minacce dei clan per riprendersi gli appartamenti delle aste: «Li facciamo trovare scannati in un fosso»

ISOLA CAPO RIZZUTO  «Noi non danneggiamo immobili… ma li facciamo trovare scannati in un fosso». Minacce che lasciano poco spazio all’interpretazione, pronunciate come avvertimento agli acquirenti degli appartamenti messi all’asta nei villaggi “Seleno” e “Margheritissima” a Isola Capo Rizzuto. Il sistema messo in atto dall’organizzazione smantellata dalla Dda di Catanzaro con l’inchiesta “Black Flower” – e che faceva capo al clan degli Arena – puntava al controllo totale del territorio, trasformando le aste giudiziarie in un affare privato della cosca.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, i soci della fallita I.G.B. Immobiliare S.r.l., Carmine Antonio Timpa e Giuseppe Bruno, avrebbero messo in atto una strategia spregiudicata per rientrare in possesso degli appartamenti finiti all’asta dopo il crack finanziario della società. L’obiettivo era duplice: scoraggiare i potenziali acquirenti esterni e mantenere i prezzi stracciati attraverso un condizionamento sistematico.

La strategia del terrore

In uno degli episodi estorsivi emersi dall’ordinanza che ha portato all’arresto di 7 persone, vittima del clan è una famiglia – padre e figlia – “colpevole” di aver regolarmente acquistato un immobile. La donna, dopo essersi aggiudicata l’appartamento, lo trova però già occupato e gravemente danneggiato.
Il padre della donna viene contattato per discutere di «qualcosa di relativo alla casa all’asta», un argomento giudicato troppo scottante per essere affrontato al telefono. Gli incontri si susseguono e la pressione sale. Le richieste sono chiare: rinunciare all’acquisto perché la casa era già occupata da Domenico Muraca, il quale «l’aveva già arredata per il figlio»
Le risultanze investigative, tra dichiarazioni delle persone offese e intercettazioni, fondano per i magistrati la gravità indiziaria per il delitto di tentata estorsione. Come si legge nell’ordinanza, l’indagato Domenico Muraca sottoponeva le vittime a una minaccia costante per ottenere la rinuncia all’appartamento o, in alternativa, il versamento di un importo di denaro aggiuntivo
In un incontro diretto, Muraca avrebbe poi alzato la posta, chiedendo alla vittima di «versare la somma di euro 30mila euro per tenere l’appartamento». Richieste a cui padre e figlia non cedono.

Le minacce: «Lo troverai in una cunetta»

L’indagine parla anche di intermediari chiamati a veicolare le minacce del clan alla vittima suggerendo di lasciare perdere «quella gente lì», definendoli come persone «pericolose, a cui non importava nulla di ammazzare la gente». Il salto di qualità nella minaccia quando viene riferito un messaggio da parte di «quelli della I.G.B.» destinato alla moglie dell’acquirente: l’avvertimento è che lo «avrebbe trovato in una cunetta». E poi riferimenti espliciti alla famiglia Gentile, di cui – secondo quanto ricostruito dagli investigatori – era legato tramite vincoli di parentela uno dei soci dell’impresa, Carmine Antonio Timpa. Un legame esplicitato che serviva a suggellare la pericolosità della richiesta: «Li facciamo trovare scannati in un fosso».

Il Corriere della Calabria è anche su WhatsApp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato

Argomenti
Categorie collegate

x

x