La «verità scomoda» di Nicola Gratteri
La lettera di una professoressa dopo le polemiche sulle dichiarazioni del procuratore

«“In Calabria i mafiosi voteranno Sì”: Gratteri dice una verità scomoda e viene accusato di offendere tutti i votanti Sì. Una fallacia logica da manuale che rivela come la chiarezza sia diventata un lusso pericoloso e la ‘ndrangheta abbia vinto costringendo gli onesti a parlare per perifrasi». Inizia così la riflessione della professoressa Florida Nicolai in una lettera pubblicata su LaVoceApuana sul dibattito scaturito dalle dichiarazioni di Nicola Gratteri rilasciate al Corriere della Calabria. «La polemica – si legge – sulle dichiarazioni di Gratteri offre un esempio da manuale di come si avvelena il dibattito pubblico in Italia. Gratteri ha affermato, con la consueta schiettezza dell’uomo abituato al linguaggio della trincea e non a quello dei salotti, che in Calabria i disonesti – mafiosi, ‘ndraghetisti e affini – voteranno Sì al referendum perché interessati a indebolire la magistratura. Proposizione chiara: “se A (sei un disonesto), allora B (voterai Sì)”. I suoi censori, con acrobazie ermeneutiche degne di miglior causa, hanno trasformato questa affermazione nel suo converso: “se B (voti Sì), allora A (sei un disonesto)”. È la stessa logica per cui, siccome tutti gli uccelli hanno le ali, ne consegue che tutti gli esseri alati sono uccelli – con buona pace di pipistrelli, calabroni e angeli custodi».
Fallacia dell’affermazione del conseguente
«Gli studiosi chiamano questo vizio logico “fallacia dell’affermazione del conseguente”. Il cittadino comune lo riconoscerebbe semplicemente come malafede travestita da incompetenza linguistica. Tanto più paradossale se si considera che gli stessi zelanti difensori della precisione linguistica non hanno battuto ciglio quando esponenti del fronte opposto hanno tacciato tutti i sostenitori del No di essere vandali picchiatori di poliziotti. Evidentemente, certe finezze logiche sono utilizzate a seconda della convenienza. Alcuni intellettuali seri (penso ad es. a Lucio Caracciolo), alcuni anche schierati per il No (Gad Lerner) criticano Gratteri. Non lo accusano di aver detto il falso: sarebbe difficile negare che la criminalità organizzata calabrese abbia interesse a indebolire la magistratura. Lo rimproverano di aver detto una verità inopportuna. L’arrivo di un linguaggio “trincea”, che dice pane al pane e ‘ndrangheta al ‘ndranghetista, sporca la purezza del dibattito. Forse le loro posizioni sono riconducibili a una o più delle seguenti ragioni, per me inaccettabili. La prima, “pedagogico-comunicativa”, perché Gratteri avrebbe regalato un’arma all’avversario. È una visione che sottovaluta l’intelligenza del pubblico sopravvalutando al contempo la buona fede dell’avversario, dal momento che la strumentalizzazione sarebbe avvenuta comunque, con qualsiasi pretesto. La seconda, “liberal-progressista”, perché non si dovrebbero etichettare intere categorie. Ma Gratteri non ha etichettato tutti i votanti Sì: ha descritto una tendenza specifica in un territorio che conosce molto bene, molto meglio di chiunque altro. Negare questa realtà in nome di un malinteso garantismo linguistico significa solo fingere che i clan non esistano.
La complessità non diventi un alibi per non prendere posizione
«La terza, tipica di un aristocraticismo intellettuale, che vede con fastidio il linguaggio diretto perché spezza le regole del dibattito tra “addetti ai lavori”, abituati a sfumature e a distinguo. Ma la complessità non può diventare un alibi per non prendere posizioni nette. Nella Grecia classica, la parresia era il diritto-dovere di dire tutto con franchezza, anche a costo di rischiare in prima persona. Gratteri incarna perfettamente questa figura: dice una verità scomoda perché ritiene più importante mettere in guardia i cittadini che proteggere sé stesso dalle critiche. I suoi critici, al contrario, assomigliano più ai “retori” preoccupati della forma e dell’effetto del discorso, che ai filosofi interessati alla sostanza. Potremmo invocare, a questo punto, Aristotele e la sua phronesis: la saggezza pratica che sa valutare non solo la verità di un’affermazione, ma anche il momento, il modo e il contesto in cui pronunciarla. Il saggio aristotelico sa che certe verità, dette nel momento sbagliato, possono produrre effetti contrari a quelli desiderati. Ma c’è una differenza abissale tra la prudenza di Aristotele e l’autocensura sistemica invocata dai critici di Gratteri. Aristotele parlava di kairos, il momento opportuno per l’azione giusta. I suoi odierni epigoni sembrano invece invocare un principio più inquietante: che certe verità non vadano mai dette pubblicamente, perché il pubblico non è all’altezza di comprenderle senza distorcerle. E allora il nodo è questo: vogliamo una democrazia dove i cittadini vengono trattati come adulti capaci di ragionamento, oppure come bambini cui nascondere le cose “per il loro bene”?».
«Una verità distorta»
«Quegli intellettuali che rimproverano Gratteri stanno implicitamente ammettendo una triplice disistima: verso chi non sa distinguere una semplice implicazione logica, verso chi strumentalizza in malafede e, quindi, verso la possibilità stessa di un dibattito onesto. È una forma sofisticata di resa preventiva. Platone, nel mito della caverna, ci metteva in guardia: le masse sono prigioniere delle ombre e non vanno liberate troppo bruscamente, perché la luce le accieca. Ma il filosofo ateniese parlava di un’élite che doveva educare gradualmente il popolo, non di tacere per sempre le verità scomode. I critici di Gratteri sembrano aver dimenticato questa distinzione. Forse Gratteri ha sbagliato tatticamente? Forse un magistrato più accorto avrebbe usato perifrasi? Ma sarebbe stato più onesto? Più rispettoso dell’intelligenza dei cittadini?
Il vero rischio, oggi, non è che Gratteri abbia parlato troppo chiaramente. È che abbiamo creato una società dove la chiarezza è diventata imprudente, dove la verità è un rischio calcolato. E questa, forse, è la vittoria più sottile della ‘ndrangheta: aver costretto anche gli uomini onesti a parlare come se avessero qualcosa da nascondere. Non è Gratteri che deve imparare a parlare il linguaggio dei salotti. Sono i salotti che dovrebbero scendere nella trincea della realtà, dove le parole hanno il peso delle cose e delle persone che le pronunciano. E se una verità verrà distorta, questo non è un motivo per tacerla, ma per dirla con ancora più fermezza. Perché – conclude – cedere preventivamente alla distorsione significa legittimarla come regola del gioco. Inviterei tutti a imparare a distinguere un uccello da un pipistrello. Ma, forse, è proprio la luce del giorno che dà fastidio a chi preferisce svolazzare nel buio».
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