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La ‘ndrangheta a Roma e nel Lazio: da area di passaggio a sistema criminale radicato

Le relazioni della Dda, le parole dei prefetti e il riconoscimento della prima “locale” delineano un sistema fondato sulla convivenza tra organizzazioni e sulla centralità del traffico di droga

Pubblicato il: 27/02/2026 – 18:46
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La ‘ndrangheta a Roma e nel Lazio: da area di passaggio a sistema criminale radicato

Roma e il Lazio in generale non sono più, da tempo, un semplice territorio di transito per le organizzazioni mafiose. Le analisi delle istituzioni, le relazioni giudiziarie e le più recenti pronunce della magistratura delineano un quadro ormai consolidato: in particolare la ’ndrangheta è presente in modo stabile e strutturato, inserita in un sistema criminale che ha trovato nella Capitale e nel basso Lazio un ambiente favorevole per affari, relazioni e mimetizzazione.
Un passaggio chiave di questa lettura è arrivato nei mesi scorsi nel corso dell’audizione davanti alla Commissione parlamentare antimafia, quando il prefetto di Roma Lamberto Giannini ha illustrato le ragioni della centralità della Capitale nei traffici illeciti. Roma, ha spiegato, gode di una posizione strategica perché dispone «di un aeroporto con collegamenti diretti con il Sudamerica e di un porto come Civitavecchia, storicamente utilizzato per l’importazione di grandi quantitativi di stupefacenti». Infrastrutture che hanno favorito, nel tempo, l’insediamento stabile delle organizzazioni criminali.

La Capitale come spazio di coesistenza mafiosa

Sempre nel corso della stessa audizione parlamentare, Giannini aveva chiarito come a Roma non operi una sola organizzazione egemone, ma più gruppi criminali che convivono secondo una logica di equilibrio. È una realtà definita dallo stesso prefetto come una sorta di “pax mafiosa”, in cui ’ndrangheta, camorra, residui di Cosa Nostra e gruppi stranieri evitano conflitti aperti perché «l’importante è fare affari».
In questo contesto, la camorra mantiene una posizione predominante, mentre la ’ndrangheta si muove con rispetto, inserendosi senza forzare equilibri già consolidati. Alcune zone periferiche come Anzio e Nettuno sono tradizionalmente legate agli interessi dei clan, mentre nel centro di Roma e in quartieri specifici gruppi locali – come i Casamonica a sud e collegati agli Spada a Ostia – gestiscono alcune attività in autonomia.
Oltre alle mafie italiane, le autorità segnalano la crescente influenza di organizzazioni straniere: tra queste, i gruppi cinesi, caratterizzati da strutture familiari molto chiuse e da una forte omertà, spesso utilizzati anche per riciclare denaro; e le bande nigeriane, attive soprattutto nella tratta di esseri umani.
Il traffico di stupefacenti resta il fulcro economico di questo equilibrio: decine di piazze di spaccio attive nella Capitale producono flussi finanziari quotidiani elevatissimi, successivamente reinvestiti nel circuito legale, dall’edilizia alla ristorazione, fino agli appalti.

Il riconoscimento giudiziario della “locale” romana

Un salto di qualità decisivo è arrivato sul piano giudiziario con la sentenza definitiva negli ultimi giorni di gennaio della Corte di Cassazione, che ha confermato l’esistenza della prima “locale” di ’ndrangheta operante a Roma, nell’ambito dell’inchiesta “Propaggine” coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia capitolina.
I giudici hanno certificato non solo la presenza, ma il radicamento organizzato della ’ndrangheta nella Capitale, riconoscendo una struttura autorizzata direttamente dalla “casa madre” calabrese. Una circostanza che emerge anche dalle intercettazioni richiamate negli atti giudiziari, dove gli indagati affermavano: “Noi a Roma siamo una propaggine di là sotto”, rivendicando un legame diretto con la Calabria.
Questa pronuncia ha avuto un forte valore simbolico e istituzionale, perché – come evidenziato da Libera – ha definitivamente superato l’idea di Roma come territorio neutro o solo occasionale per le mafie.

L’espansione nel basso Lazio

Il quadro si amplia ulteriormente guardando al territorio regionale. Durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario 2026, il procuratore generale della Corte d’Appello di Roma Giuseppe Amato ha evidenziato come le infiltrazioni mafiose non riguardino esclusivamente la città metropolitana, ma interessino anche il litorale romano e il basso Lazio, con particolare riferimento ad aree come Anzio, Nettuno e Aprilia. Nella sua relazione ufficiale, Amato ha parlato di dati «emblematici», sottolineando che l’attività della Dda coinvolge sia organizzazioni autoctone sia gruppi «delocalizzati, espressione delle mafie tradizionali: ’ndrangheta, camorra e Cosa Nostra». Una presenza quantitativamente rilevante e qualitativamente strutturata, capace di incidere sull’economia e sulla vita amministrativa dei territori.

Una sfida che va oltre la repressione

Le parole dei prefetti, dei magistrati e le decisioni della Cassazione convergono su un punto: Roma e il Lazio sono oggi uno dei principali laboratori della criminalità organizzata italiana. Qui la ’ndrangheta ha saputo adattarsi, rinunciando alla visibilità violenta per privilegiare stabilità, affari e relazioni.
La repressione giudiziaria resta uno strumento fondamentale, ma le stesse istituzioni riconoscono che il contrasto deve essere più ampio: prevenzione, controllo dell’economia legale, trasparenza amministrativa e presenza dello Stato nei territori più fragili. (f.v.)

Foto skyline di Roma (Pixabay/Unsplash)

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