Inchiesta “Ten”, la Procura: «Arabia capo del gruppo di ’ndrangheta in Emilia». Chiesti 20 anni
Secondo l’accusa il gruppo criminale guidato dal 59enne avrebbe mantenuto solidi legami con le cosche di Cutro e con la potente famiglia Grande Aracri

Per gli investigatori rappresenta uno dei volti storici della presenza della ’ndrangheta in Emilia. Un uomo cresciuto dentro le dinamiche delle cosche cutresi e che, dopo anni di detenzione, sarebbe tornato a tessere relazioni e affari illegali nel Nord Italia. È attorno alla figura di Giuseppe Arabia, 59 anni, originario di Cutro, che ruota una parte centrale dell’inchiesta “Ten”, l’indagine della Direzione distrettuale antimafia di Bologna sulle attività della criminalità organizzata tra Reggio Emilia e le province limitrofe. Per lui la Procura ha chiesto la pena più alta: venti anni di reclusione, con rito abbreviato, per associazione mafiosa e altri reati. La richiesta è stata avanzata dal pubblico ministero Beatrice Ronchi nel corso dell’udienza preliminare davanti al giudice Sandro Pecorella, nell’ambito del procedimento che coinvolge complessivamente trenta imputati.
Secondo l’accusa, Arabia avrebbe ricoperto il ruolo di capo e organizzatore di un gruppo criminale radicato in Emilia, capace di muoversi tra Reggio Emilia, Modena, Parma e Piacenza, con una struttura che avrebbe mantenuto solidi legami con la terra d’origine, la Calabria.
Arabia e le radici nei conflitti interni alla ’ndrangheta cutrese
La vicenda di Arabia affonda le radici nei conflitti interni alla ’ndrangheta cutrese. Gli inquirenti lo descrivono come un uomo cresciuto all’ombra del fratello Salvatore e poi affermatosi progressivamente all’interno delle dinamiche della criminalità organizzata. Dopo la stagione di violenze e regolamenti di conti che ha segnato la storia della ’ndrangheta nel Crotonese, Arabia si sarebbe progressivamente riallineato alla potente cosca Grande Aracri, ritenuta tra le più influenti anche nel Nord Italia. Il suo nome era già emerso in passato in altre indagini antimafia. Nel 2005 venne coinvolto nell’operazione “Grande Drago”, che si concluse con una condanna per associazione mafiosa e con un lungo periodo di detenzione, dal 2005 al 2014. Secondo la ricostruzione della Direzione distrettuale antimafia, però, neppure gli anni trascorsi in carcere avrebbero interrotto del tutto i contatti con l’organizzazione. A sostenere economicamente il gruppo sarebbero stati, in quel periodo, alcuni familiari, in particolare i nipoti Giuseppe Arabia, classe 1989, e Nicola Arabia, che avrebbero gestito attività economiche riconducibili al sodalizio. Uno dei pilastri delle entrate del gruppo sarebbe stato il sistema delle fatture per operazioni inesistenti, utilizzate – secondo gli investigatori – per generare liquidità e alimentare il circuito economico dell’organizzazione.
Il ritorno e la riorganizzazione del gruppo
Una volta tornato in libertà, Arabia avrebbe ripreso direttamente le redini delle attività criminali. L’accusa sostiene che si sia circondato di nuove leve cresciute negli anni della sua detenzione e che abbia lavorato per ricostruire una struttura parafamiliare, inserita nel più ampio sistema della ’ndrangheta radicata in Emilia. Si tratta di un contesto già colpito negli anni scorsi da diverse inchieste antimafia – dalle operazioni Aemilia a Grimilde e Perseverance – che avevano messo in luce la profondità dell’infiltrazione mafiosa nel tessuto economico della regione. Proprio a dieci anni dalla maxioperazione Aemilia è scattata, nel marzo 2025, l’indagine denominata “Ten”, che ha portato a perquisizioni e arresti tra Emilia-Romagna e Calabria. Gli investigatori della squadra mobile di Reggio Emilia, con il supporto del Servizio centrale operativo, delle squadre mobili di Bologna e Crotone e della Guardia di Finanza, hanno eseguito controlli e perquisizioni in diverse località: Reggio Emilia, Bibbiano, Quattro Castella, Brescello, oltre a Cutro e ad alcune zone della provincia di Parma.
Armi, estorsioni e frodi fiscali
Secondo la ricostruzione accusatoria, il gruppo guidato da Arabia avrebbe operato su più fronti. Oltre alla gestione di frodi fiscali e fatturazioni false, il sodalizio avrebbe portato avanti estorsioni, truffe e attività di ricettazione di beni rubati. Le indagini hanno inoltre evidenziato la disponibilità di armi, elemento che per la Procura rafforza il quadro dell’associazione mafiosa e la capacità del gruppo di esercitare intimidazione sul territorio. Durante la requisitoria il pm Ronchi ha sostenuto che gli sviluppi dell’istruttoria non avrebbero indebolito l’impianto accusatorio. Un contributo significativo alla ricostruzione investigativa sarebbe arrivato anche dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Antonio Valerio, che ha illustrato agli inquirenti le dinamiche interne del sodalizio e i rapporti con le cosche di riferimento.
Il piano per ucciderlo
C’è un retroscena legato alla stessa figura di Arabia. Il pentito Valerio ha raccontato agli investigatori di un piano omicidiario che nei primi anni Duemila avrebbe avuto proprio Arabia come bersaglio. Secondo il suo racconto, l’omicidio sarebbe stato progettato per vendicare la morte di Salvatore Blasco, ucciso nel marzo 2004. L’incarico sarebbe stato affidato a Gaetano Blasco, con il sostegno economico necessario per organizzare l’agguato. Il progetto, tuttavia, non arrivò mai a concretizzarsi, anche a causa dell’arresto di Arabia e delle esitazioni degli stessi organizzatori.
Le richieste di condanna
Nel procedimento sono coinvolte trenta persone. Tredici imputati hanno scelto il rito abbreviato, undici hanno optato per il patteggiamento, mentre per sei la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio. Oltre ai venti anni richiesti per Giuseppe Arabia, la Procura ha avanzato richieste di pena rilevanti anche per altri presunti membri del gruppo.
Per Giuseppe Arabia (1989) sono stati chiesti 16 anni, 8 mesi e 20 giorni, mentre per Nicola Arabia (1985) la richiesta è di 16 anni e mezzo. Chiesti 14 anni per Salvatore Messina, residente a Reggio Emilia, e 13 anni e 8 mesi per Salvatore Spagnolo.
Per altri imputati vengono contestati reati aggravati dal metodo mafioso, con richieste di condanna che vanno da poco meno di tre anni fino a oltre sei anni di reclusione. La Procura ha inoltre domandato la confisca dei beni sequestrati, comprese società ritenute funzionali alla commissione di reati fiscali e patrimoni considerati sproporzionati rispetto ai redditi dichiarati.
Giuseppe Arabia (60 anni): 20 anni.
Giuseppe Arabia (37 anni): 16 anni e 8 mesi.
Nicola Arabia (41 anni): 16 anni e 6 mesi.
Salvatore Messina (46 anni): 14 anni.
Salvatore Spagnolo (35 anni): 13 anni e 8 mesi.
Rosario Aracri (55 anni): 6 anni e 6 mesi.
Carmine Colacino (52 anni): 6 anni e 6 mesi.
Nicola Arabia (39 anni): 3 anni e 9 mesi.
Salvatore Arabia (33 anni): 3 anni e 8 mesi.
Enzo Macario (53 anni): 4 anni e 4 mesi.
Giovanni Macario (40 anni): 4 anni e 6 mesi.
Maria Marino (53 anni): 2 anni e 10 mesi.
Romolo Villirillo (48 anni): 4 anni e 6 mesi.
Le parti civili e il risarcimento
Nel procedimento si sono costituite parti civili anche alcune istituzioni pubbliche. La Regione Emilia-Romagna, insieme ai Comuni di Reggio Emilia e Piacenza, ha chiesto il riconoscimento dei danni subiti in relazione alle attività criminali contestate. La Regione ha quantificato la propria richiesta risarcitoria in un milione di euro.
Le prossime tappe del processo
Con la conclusione della requisitoria della Procura, il processo entra ora nella fase delle arringhe difensive, che inizieranno nei prossimi giorni. Sarà poi il giudice dell’udienza preliminare a decidere sulle richieste di condanna e sui rinvii a giudizio, in un procedimento che rappresenta un nuovo capitolo giudiziario nelle indagini sulla presenza della ’ndrangheta nel tessuto economico e sociale dell’Emilia-Romagna. (f.v.)
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