Sovraindebitamento: una via d’uscita esiste, il Tribunale in soccorso
Un’importante sentenza che può incoraggiare chi si trova “strozzato” da rate da pagare incalzato da banche e finanziarie

In Italia c’è chi si indebita per necessità, non per azzardo. È l’Italia di chi vive di pensione, di chi affronta una malattia, un incidente, una separazione (anche giornalisti che devono affrontare i risarcimenti civili), e vede l’equilibrio di una vita scivolare via nel giro di pochi mesi. C’è una recentissima sentenza del Tribunale di Vallo della Lucania del 20 febbraio 2026 che parla proprio a questa Italia.
Protagonista della vicenda è un pensionato di San Giovanni a Piro, nel Golfo di Policastro, che si è trovato con oltre 105mila euro di debiti. Può sembrar una cifra di poco conto, ma tutto è relativo rispetto alle proprie possibilità. Nessun immobile di proprietà, una sola entrata: una pensione netta mensile di 1.761 euro. A far precipitare la situazione, secondo quanto ricostruito negli atti, un grave incidente e le spese impreviste che ne sono derivate. Da lì, il sovraindebitamento: una sproporzione insanabile tra quanto dovuto e quanto effettivamente disponibile. Il collegio presieduto dalla giudice Elvira Bellantoni, con relatrice Roberta Giglio, ha disposto l’apertura della liquidazione controllata ai sensi del Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza (D.lgs. 14/2019). Non si tratta di un “condono” né di una scorciatoia. È uno strumento previsto dalla legge per chi non è fallibile ma si trova in stato di insolvenza conclamata.
Il principio è semplice: il debitore deve mettere a disposizione tutte le risorse possibili, ma gli va garantito un minimo vitale. Nel caso specifico, il Tribunale ha stabilito che 1.250 euro al mese restino nella disponibilità dell’uomo per un’esistenza dignitosa; la parte eccedente – circa 511 euro – sarà destinata ai creditori per quattro anni. Le azioni esecutive individuali, compreso un pignoramento già in corso, vengono assorbite nella procedura. Ma il dato più rilevante è un altro: il debito iniziale, superiore ai 100mila euro, viene di fatto ridotto e ristrutturato fino a circa 20mila euro complessivi nell’arco della procedura. Una riduzione vicina all’80%. La decisione richiama anche un passaggio importante della Corte Costituzionale (sentenza n. 6/2024): la liquidazione controllata può riguardare non solo beni già esistenti, ma anche redditi futuri, purché sia salvaguardata la sopravvivenza dignitosa del debitore. È un equilibrio delicato tra responsabilità patrimoniale e tutela della persona. Per chi è schiacciato dai debiti, insomma, una via legale esiste. E può essere anche rapida – meno di quattro mesi tra il deposito del ricorso e la sentenza – se la documentazione è completa e la situazione è trasparente. Certo, le condizioni sono precise: occorre dimostrare lo stato di sovraindebitamento, la buona fede, la trasparenza nella documentazione, l’assenza di comportamenti fraudolenti. Non è uno scudo per chi ha agito con dolo, ma uno strumento per chi è caduto in crisi per eventi imprevisti. Gli operatori del settore parlano da tempo di funzione “antisuicidio” di queste procedure. Non è certo indolore, ma è sicuramente un percorso regolato, con diritti e doveri chiari, che consente di uscire dall’ombra dell’insolvenza e di ricominciare. Liberandosi dall’incalzare di molte società finanziarie o banche. Per chi è indebitato e non vede spiragli, la liquidazione controllata è l’inizio di una seconda possibilità. (redazione@corrierecal.it)
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