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Il discorso

Khamenei: «Hormuz resta chiuso, ora vendetta»

Intanto l’Irgc annuncia nuovi attacchi contro Usa e Israele

Pubblicato il: 12/03/2026 – 15:32
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Khamenei: «Hormuz resta chiuso, ora vendetta»

Lo Stretto di Hormuz rimarrà chiuso «come leva contro i nemici», così come «dovranno essere chiuse le basi» americane nella regione che continueranno a essere obiettivo degli attacchi iraniani «nonostante l’amicizia con i Paesi che le ospitano». Il sangue versato in questi giorni dagli iraniani «sarà vendicato», in particolare quello dei bambini della scuola di Minab, e «i risarcimenti saranno riscossi». Sono gli annunci, le promesse e le minacce della Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, nel suo primo messaggio — audio e non video — alla nazione. Una nazione che chiama all’unità e che ha saputo «dissipare l’illusione dei nemici di dividerla».
«Il blocco dello Stretto di Hormuz deve certamente continuare a essere utilizzato», ha indicato l’ayatollah che si spinge oltre. «Sono stati condotti studi sull’apertura di altri fronti dove il nemico ha poca esperienza e sarebbe gravemente vulnerabile», opzioni che «saranno attivate se lo stato di guerra dovesse persistere e in accordo con l’interesse nazionale». Nel suo intervento il leader iraniano ha affermato che «la volontà del popolo è continuare una difesa efficace e punitiva», sostenendo che i combattenti iraniani hanno «bloccato il cammino del nemico con colpi devastanti» e hanno «dissipato la loro illusione di poter dominare e forse dividere la nostra patria».
Khamenei ha lodato in particolare la «fermezza, il coraggio e la presenza» della popolazione iraniana durante la guerra. Il leader ha sottolineato inoltre che l’unità nazionale deve restare intatta, avvertendo che «l’unità tra i vari strati della nazione, che si manifesta nei momenti di difficoltà, non deve essere compromessa» e che per mantenerla «è necessario mettere da parte i punti di disaccordo». Non ha mancato di ringraziare l’asse che lo ha sostenuto: «Yemen, Hezbollah e la resistenza irachena». Così come ha pianto i caduti, anche della sua famiglia: il padre, la moglie, la sorella e il nipote.
Una parte significativa del discorso è stata dedicata ai Paesi della regione. Khamenei ha affermato che l’Iran considera i suoi vicini «amici» e che Teheran ha sempre desiderato «relazioni cordiali e costruttive con tutti loro». Tuttavia, ha accusato gli Stati Uniti di aver «gradualmente stabilito basi, sia militari che finanziarie, in alcuni di questi Paesi per assicurarsi il dominio sulla regione». Secondo il leader iraniano, alcune di queste basi sarebbero state utilizzate negli attacchi contro l’Iran. «Nel recente attacco sono state utilizzate alcune basi militari», ha dichiarato, aggiungendo che l’Iran ha preso di mira «solo quelle basi, senza compiere alcuna aggressione contro quei Paesi».
Khamenei ha quindi invitato i governi della regione a «chiarire la loro posizione nei confronti degli aggressori della nostra patria» e ha consigliato loro di «chiudere quelle basi il prima possibile». Nel suo discorso il leader iraniano ha anche accusato i nemici di aver colpito obiettivi civili, citando in particolare «le atrocità commesse dal nemico» e l’attacco contro la scuola a Minab, assicurando che questi episodi «riceveranno un’attenzione particolare». (AGI)

True Promise contro Tel Aviv e basi Usa

Intanto  il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione islamica dell’Iran (Irgc, pasdaran) ha annunciato l’avvio della 42ma ondata di attacchi nell’ambito dell’operazione True Promise 4, iniziata in rappresaglia agli attacchi di Stati Uniti e Israele. Lo ha annunciato l’Irgc in una dichiarazione trasmessa dai media statali. Questa ondata, si legge, e’ contrassegnata dal codice “Labaik o Khamenei”, in onore della memoria delle persone uccise nella guerra e dedicata al leader supremo Ali Khamenei e alla sua famiglia. In questa ondata, riferiscono i pasdaran nella nota, sono stati lanciati “potenti missili” di tipo Emad, Qadr, Khaibar Shekan e Fattah, oltre a droni. Gli obiettivi sono “il cuore di tel Aviv” e basi dell’esercito statunitense in Medio Oriente.

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