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Turismo e natura

Valli Cupe, il ritorno del laboratorio verde di Carmine Lupia

Dopo anni di polemiche e abbandono, la Riserva che aveva fatto parlare di sé in Italia e nel mondo per turismo sostenibile e cultura locale è pronta a rinascere

Pubblicato il: 12/03/2026 – 16:20
di Romano Pitaro
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Valli Cupe, il ritorno del laboratorio verde di Carmine Lupia

Torna a occuparsi delle “Valli Cupe”, l’area con epicentro il borgo di Sersale (a cui l’Unione Astronomica Internazionale ha intitolato un cratere sulla luna: “Sirsalis”), il botanico Carmine Lupia, autore di svariate  pubblicazioni scientifiche, docente universitario all’Umg e all’Unical e direttore del “Conservatorio di Etnobotanica” nel Parco del Pollino finanziato dalla Fondazione Vos.
Era stato lui, rientrato da Piacenza dove s’era laureato in Scienze agrarie e dopo aver girato mezzo mondo, a trasformare le “timpe” tra lo Ionio e la foresta del Gariglione, in un incubatore di sviluppo che sono andati a scrutare economisti, registi, imprenditori e (a promuovere) un gruppo di escursionisti milanesi tra cui la storica dell’arte Anna Gastel.
E sempre lui, assieme a tanti giovani intraprendenti, era stato in grado di coinvolgere le energie del territorio e dimostrare che non è l’assistenza il destino delle aree interne, se si mette a valore, avendo riguardo al dialogo col mondo, il patrimonio di natura e cultura.
Tutto ciò, prima che una tempesta di polemiche, scavalcando ogni margine e misura, demolisse quel laboratorio di buone pratiche ambientali, frattanto divenuto, grazie anche alla legge regionale del 2016 che gli ha conferito lo status di Riserva, “la prima “green community del Mezzogiorno”, secondo la valutazione di Legambiente.

Il report della Cattolica di Milano

Per due anni, la Riserva Valli Cupe ha funzionato a meraviglia. Al punto che la  “Cattolica” di Milano ( in un report)  sosteneva che fosse “un Monastero naturale per il XXI secolo”. Infatti, in quel periodo nella  zona  esplose  il turismo ecologico e culturale con migliaia di  visitatori. La Riserva era apprezzata «per la sua inclinazione a far marciare nella stessa direzione i fattori necessari allo sviluppo, senza più le zavorre del passato, per affermare modelli bottom up, non gerarchici, aperti, interconnessi».
Ancora il report della “Cattolica”: «Centrale è l’operazione del recupero dell’identità locale più profonda. La cultura è la vera leva per lo sviluppo locale e insieme l’asset principale attorno a cui la comunità si riconosce. Si tratta di un percorso che intreccia ricerca e riappropriazione, memoria e immaginazione, storia e mito e che genera i suoi landmark da esportare nel mondo – dalla città di Barbaro all’albero della ciofeca, dal ciclo carolingio al canyon». 
In Calabria, insomma, per gli esperti della “Cattolica” c’era un luogo in cui «si liberano energie, uno spazio di relazioni, di significati e di speranza. E il sogno è condiviso da tutti. Un’esperienza, coerente, esemplare, che si rivela capace di mobilitare e orientare, di proporre una visione e un nuovo sistema di valori e di regole, di generare ricchezza economica ma anche simbolica e fiduciaria. Di offrirsi come spazio di relazioni, di significati e di speranza. Sono così i monasteri del XXI secolo di cui abbiamo tremendamente bisogno».

L’eco mediatica

Enorme fu anche l’eco mediatica: è andata Rizzoli, che ha inserito il territorio fra  «i luoghi incantati da vedere nella vita»; la Bbc, che ha mandato in onda un documentario in più lingue. Ed è andata a vedere “il fenomeno Valli Cupe” la guida internazionale Lonely Planet. E poi  il fotografo Guido Taroni, che ha infilato due scatti nelle “Valli Cupe” fra le quindici foto della mostra  ispirata dal direttore artistico di Richemont Giampiero Bodino(“Beauty is my favorite colour”): un’esposizione che ha toccato le città di Londra, Milano e New York.
Due anni di intenso impegno, fin quando le contrarietà al cambiamento e il fastidio astioso  che spesso suscitano le cose che funzionano, hanno seppellito ciò che il botanico John Bouquet ha definito «il  segreto meglio custodito d’Europa», con sui si stavano realizzando «prove di volo radicate sul territorio».
Adesso, non sarà agevole per Lupia, cui è stata riaffidata la responsabilità della Riserva, rimediare ai guasti arrecati a quel sistema naturalistico durante anni di inerzie, abbandono  e disattenzioni. 
Ma la vera sfida, che dovrebbe interessare anzitutto la Regione,  è rimettere le “Valli Cupe” nelle condizioni di riagganciare i successi dei suoi primi due anni di vita, per tornare a essere non un ente di assistenza che si presenta alla “Cittadella” di Catanzaro  con il cappello in mano. Bensì una “clinica dei risvegli” per l’intero comprensorio e, insieme, un simbolo di efficace approccio al binomio natura-sviluppo, cui orientare anche la decina di nuove Riserve costituite nella scorsa legislatura regionale, affinché si trasformi, con le competenze giuste e  verificando che le risorse generino risultati, la marginalità sociale in lievito per opportunità di riscatto.

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