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L’inchiesta lametina

‘Ndrangheta a Lamezia, chiuse le indagini sulla cosca Iannazzo. La Dda ricostruisce la riorganizzazione del clan – NOMI

Secondo l’accusa, dopo i colpi inferti dai blitz la cosca avrebbe tentato di riorganizzarsi, riprendendo estorsioni, pressioni e controllo del territorio

Pubblicato il: 16/03/2026 – 18:39
di Giorgio Curcio
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‘Ndrangheta a Lamezia, chiuse le indagini sulla cosca Iannazzo. La Dda ricostruisce la riorganizzazione del clan – NOMI

LAMEZIA TERME La Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, con il pm Romano Gallo, ha chiuso le indagini per 11 persone coinvolte nell’inchiesta dello scorso maggio condotta dai Carabinieri del Comando Provinciale di Catanzaro e dagli agenti della Polizia di Stato di Catanzaro e Lamezia Terme e che aveva portato all’arresto di 8 persone – 6 in carcere e 2 ai domiciliari – accusati a vario titolo dei reati di associazione di tipo mafioso, estorsione, usura, intestazione fittizia di beni, accesso indebito a dispositivi idonei alla comunicazione da parte di soggetti detenuti e detenzione di armi da fuoco.

La Dda di Catanzaro ha chiuso le indagini nei confronti di:

  • Amantea Francesco “Franco” (cl. ’56) già ai domiciliari;
  • Gattini Mario (cl. ’75);
  • Iannazzo Antonio “Mastru ‘Ntoni” (cl. ’57) già ai domiciliari;
  • Iannazzo Debora (cl. ’86);
  • Iannazzo Emanuele (cl. ’81) già sottoposto all’obbligo di dimora;
  • Iannazzo Francesco “U Cafarone” (cl. ’55) detenuto in carcere;
  • Iannazzo Francesco Antonio (cl. ‘92);  
  • Iannazzo Pierdomenico (cl. ’79);
  • Iannazzo Vincenzo (cl. ’90) già ai domiciliari;
  • Rizzo Giovannina (cl. ’55) già ai domiciliari;
  • Ruffo Giuseppe (cl. 90) già ai domiciliari.

L’inchiesta

In sostanza, la nuova indagine della Dda di Catanzaro sul territorio lametino avrebbe messo in luce la spiccata e perdurante operatività della cosca Iannazzo, nel periodo successivo alle inchieste condotte a maggio 2015 e febbraio 2017 che avevano decimato la cosca Iannazzo-Cannizzaro-Daponte. In particolare, l’indagine si riferisce ad un momento storico successivo all’esecuzione delle misure cautelari del procedimento comunemente denominato “Andromeda”, caratterizzato dalla decimazione della compagine associativa ndranghetista e dai conseguenti sforzi dell’associazione familistica di riorganizzare e riprendere le attività illecite costituenti il programma sociale.  

Riprendere le attività illecite

Riorganizzare la struttura criminale e riprendere le attività illecite. Un pensiero fisso, l’unico, per chi era riuscito negli anni a scampare alle decine di catture che segnarono un’epoca contro i clan di ‘ndrangheta a Lamezia Terme e, in particolare, contro la cosca Iannazzo-Cannizzaro-Daponte. La cosca, comunque, sarebbe riuscita a trovare una via per rialzarsi grazie a figure importanti, riconosciute dagli inquirenti. Tra cui Giovannina Rizzo (cl. ’55) – moglie di Francesco Iannazzo – e colui che è stato riconosciuto quale «fiduciario del boss», Francesco Amantea (cl. ’56). Secondo gli inquirenti, infatti, entrambi, ciascuno nel suo ruolo, si sarebbero impegnati a «fronteggiare la momentanea carenza di risorse economiche e la correlata necessità di fondi per sostenere spese legali e sostentamento dei carcerati».


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Favori e risoluzioni di problemi

La ‘ndrina Iannazzo, dunque, avrebbe operato – secondo l’accusa – attraverso un capillare controllo del territorio. Lo stesso capocosca, ad esempio, fu contattato da un suo conoscente affinché «intercedesse a favore di un amico» con un noto concessionario della zona per «ottenere prestazioni o beni a prezzi sensibilmente inferiori a quelli di mercato». Ancora Iannazzo fu contattato da un appartenente alla cosca Giampà per intervenire presso un cantiere dell’autostrada e mettere in atto un’azione estorsiva. Inoltre, alcuni commercianti lametini sarebbero stati costretti a chiudere le loro attività a causa delle richieste estorsive perpetrate nel tempo dal capocosca. L’influenza di Francesco Iannazzo nel tessuto economico e sociale di Lamezia Terme si sarebbe tradotto anche con il suo intervento diretto nella risoluzione di alcune problematiche tra imprenditori. In un caso, ad esempio, avrebbe fatto pressioni al responsabile di un supermercato nel quartiere Capizzaglie affinché «quest’ultimo estinguesse un debito nei confronti del titolare di un panificio», in relazione a non meglio precisate forniture di pane, dal cui recupero lo stesso Iannazzo avrebbe comunque preso la propria parte in denaro.


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La «spiccata resilienza dei Iannazzo»

Insomma, gli inquirenti sono certi di aver fatto luce sulla spiccata resilienza della famiglia Iannazzo nei momenti di maggiore fibrillazione. Come ad esempio – ed è un caso emblematico – è arrivata la condanna in Cassazione per il boss Francesco. In quel caso, i sodali con il contributo reciproco e potendo contare ciascuno sull’apporto dell’altro, sarebbero riusciti a subentrare negli affari di famiglia, garantendone la prosecuzione e i guadagni fondamentali per il sostentamento della ‘ndrina. (g.curcio@corrierecal.it)

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