Un “no” che deve far riflettere anche chi ha vinto
Gli italiani hanno scelto di difendere la Costituzione con un messaggio chiaro, le riforme non si fanno a colpi di maggioranza

Gli Italiani, ancora una volta, hanno scelto di difendere l’integrità della nostra Costituzione. Questo il senso di fondo della vittoria del “no” al referendum sulla separazione delle carriere. Il plebiscito per il “no” è stato omogeneo in tutte le regioni, con la sola eccezione di Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia. Chi maliziosamente fa notare, – come ha fatto Alessandro Sallusti per bacchettare Gratteri – che le regioni a forte presenza mafiosa hanno votato per il “no”, è rimasto bloccato alla pura propaganda elettorale. Il voto di Campania, Calabria e Sicilia dimostra, semmai, che la maggioranza delle persone che vivono in queste regioni è onesta. Esattamente quanto lo è la maggioranza di quelle che vivono il Lombardia, Veneto e Friuli ed ha votato “sì”.
So, ad esempio, che molti di coloro che hanno votato “sì” erano convinti che la separazione delle carriere avrebbe “sbloccato” il sistema giustizia in Italia, che effettivamente non funziona. Ma questa non era una riforma della giustizia – come ha ammesso chi la proponeva, sin da prima che si votasse – e non sarebbe cambiato nulla, ad esempio, rispetto alla necessità di rendere effettivamente equidistante la magistratura giudicante dalle opposte parti del processo penale. Si dovrebbe comprendere che il vero problema delle carcerazioni facili sta nelle strutture e nelle regole che reggono gli uffici dei G.I.P. (giudici delle indagini preliminari), spesso troppo supini – soprattutto per l’impossibilità concreta di operare un vaglio rigoroso, in poco tempo e con migliaia di pagine d’inchiesta da leggere – alle richieste di convalida degli arresti da parte dei P.M. E questo è reso evidente dal fatto che, quando i processi arrivano ai Tribunali del Riesame o in Cassazione o a dibattimento, molto spesso gli impianti accusatori cadono. È, dunque, la stessa magistratura a ribaltare le decisioni sbagliate. Resta, certo, la gogna mediatica e la sofferenza di chi ha dovuto subire lunghi periodi di ingiusta carcerazione. Ma questo si deve correggere modificando la mentalità dei P.M., il sistema del controllo dei G.I.P., introducendo nella formazione dei magistrati una seria e profonda cultura dei diritti individuali, costringendo i P.M. e la polizia giudiziaria a valorizzare di più le prove a discarico dell’indagato, rafforzando gli esausti uffici giudiziari.
Il “no” alla riforma, poi, non è stato per nulla un voto ideologico. È stato, però, un voto politico, nell’accezione più alta del termine. La gente ha cioè bocciato l’idea che ogni qual volta si vogliono fare grandi “riforme” si debba ritoccare la Costituzione. Le riforme si possono fare, invece, nella cornice della Costituzione stessa che – proprio perché carta fondamentale, che deve durare nel tempo – contiene in nuce anche la possibilità di produrre innovazioni. A partire però dai principi di cui essa è portatrice e che sono quelli usciti dalla resistenza e dall’antifascismo, dalla grande cultura liberale, cattolica e socialdemocratica del ‘900. Non può passare il messaggio che la Costituzione possa essere modificata a piacimento da qualcuno che, con molta presunzione, si ritiene all’altezza di chi la scrisse. Il fatto è che vi è ancora una parte della politica nostalgica che non considera affatto la Costituzione nata dalle forze della Resistenza come il “libro sacro” del nostro Paese.
Sarebbe tuttavia miope ed illusorio leggere nell’esito referendario un avviso di sfratto per l’attuale governo. Per il “no” ha votato tanta gente non allineata (anche che non vota alle elezioni) che ha compreso che la modifica costituzionale era inutile e sbilenca e che toccare norme uscite dalle menti di gente del calibro di Calamandrei, Pertini, Moro, solo per vendicare Gelli o Berlusconi, sarebbe stata una profanazione. E poi, per far sì che le opposizioni vincano le prossime elezioni politiche, occorrerebbe che sin da ora, tutte insieme e con limpidezza, queste spiegassero agli italiani cosa farebbero – o cosa avrebbero fatto – di tanto diverso dalla attuale maggioranza, ove fossero state o dovessero andare al potere. Impresa alquanto improbabile allo stato delle cose.
Infine i magistrati. Il siparietto avvenuto dopo il voto negli uffici giudiziari di Napoli (del tutto analogo a quello che Meloni, Tajani e compagnia fecero proprio a Napoli nel novembre 2025 durante un comizio elettorale) è disdicevole ma non certo di una tale gravità da mettere in dubbio l’imparzialità della magistratura nella sua interezza e nemmeno di quei singoli magistrati, ma deve far riflettere tutti. Ancora, taluni magistrati non hanno ben compreso che il loro lavoro è un servizio per il Paese e per la gente comune, soprattutto per le categorie più deboli. Occorre che facciano autocritica sul perché la loro reputazione sia caduta tanto in basso nell’opinione pubblica italiana per come si è ripetutamente ammesso durante la campagna referendaria. Non bisogna fare l’errore di credere che la gente abbia votato per salvare la magistratura: la gente ha votato solo per salvare la Costituzione! Occorre maggiore autorevolezza e meno autoritarismo nell’esercizio della funzione di magistrato, più giustizia sostanziale e meno bizantinismi, più compassione e meno disprezzo per chi è ritenuto colpevole di qualcosa, più abnegazione e meno disinteresse. E tutto questo si acquisisce solo se si è umili, se si è educati, se si è dediti al proprio lavoro, se ci si mette nei panni degli altri, se “il libero convincimento del giudice”, che sostiene le decisioni, non sconfina nell’arbitrio. Ecco, i magistrati dovrebbero provare ad immedesimarsi non in chi ha dei privilegi ma negli ultimi: in chi è costretto a delinquere, in chi è in carcere (innocente o colpevole che sia), in chi “crede – come diceva Corrado Alvaro – che vivere rettamente sia inutile”. Ed è solo con il loro esempio e con l’esemplare conduzione della loro opera di giustizia che i magistrati potranno far intendere a tutti che quella credenza è davvero “la disperazione più grande che possa impadronirsi di una società”.
*Avvocato e scrittore
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