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“Cella 121”, Sabato a Castrolibero: «Quando si spegne la luce, scopri che la vita non era reale»

Nella rassegna “Incontri Letterari” il giornalista e scrittore ha esplorato il lato oscuro del potere e il dramma della detenzione. Badolati ha richiamato le responsabilità del giornalismo

Pubblicato il: 27/03/2026 – 13:01
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“Cella 121”, Sabato a Castrolibero: «Quando si spegne la luce, scopri che la vita non era reale»

CASTROLIBERO Una serata densa di significati, attraversata da parole che scavano e interrogano, ha animato il cuore di Castrolibero, dove letteratura e attualità si sono incontrate in un dialogo capace di tenere insieme dimensione umana e riflessione civile. Nell’ex chiesa di San Giovanni, nel centro storico, la seconda serata della rassegna culturale “Incontri Letterari”, inserita nel progetto “Chi è di scena – Impressioni di Settembre” e curata dal Gruppo Corriere della Calabria, ha proposto al pubblico un doppio momento di grande intensità: da un lato la presentazione del libro “Cella 121” (Pellegrini Editore) di Attilio Sabato, dall’altro quella di “FuturiBile” di Davide Giacalone. Un intreccio di riflessioni che, pur muovendosi su piani diversi, ha trovato un punto di convergenza nel rapporto tra individuo, potere e responsabilità.
Al centro della prima parte della serata, il dialogo tra Attilio Sabato e il giornalista e scrittore Arcangelo Badolati ha guidato il pubblico dentro una narrazione che è insieme letteraria e civile. “Cella 121” si presenta come un’opera capace di scandagliare con lucidità le dinamiche del potere, non solo come struttura sociale, ma come dimensione profondamente umana, ambivalente e talvolta distruttiva. Tutta la produzione letteraria di Sabato, del resto, si sviluppa attorno a questo asse: il potere che governa e seduce, che eleva e travolge, che può trasformare l’individuo tanto in carnefice quanto in vittima. Un potere che l’autore restituisce come “un coltello senza manico, a doppia punta”, capace di ferire chiunque lo impugni.


Nel confronto, Badolati ha messo in evidenza la forza disturbante del tema affrontato, sottolineando come la società abbia spesso trattato con superficialità la deriva giustizialista e le sue conseguenze. Il libro, ha osservato, obbliga a interrogarsi su ciò che accade dopo l’arresto, su quella frattura improvvisa che trasforma radicalmente un’esistenza. E richiama anche la responsabilità del mondo dell’informazione, troppo spesso incapace di soffermarsi sulla dimensione umana delle vicende che racconta.
Sabato ha raccolto e rilanciato questa riflessione, partendo proprio dall’esperienza quotidiana del giornalismo: «Noi cronisti viviamo queste storie ripetutamente. Ma durano due, tre, cinque giorni, poi spariscono. E con esse spariscono anche le persone coinvolte, come se non esistessero più». Da qui prende forma la vicenda del protagonista del romanzo, l’onorevole Cristiano Mezzatesta, figura simbolica e al tempo stesso profondamente realistica: un uomo potente, riconosciuto, rispettato, inserito nei meccanismi della politica e delle istituzioni, che improvvisamente si ritrova travolto da un sistema più grande di lui.
«È la storia di un uomo che dall’altare finisce nella polvere», ha spiegato Sabato, descrivendo una parabola che si consuma tra consenso e caduta. «A un certo punto credi di essere il padrone del mondo: applausi, strette di mano, prime pagine. Poi, all’improvviso, si spegne la luce. Scopri che quella vita non era reale, vieni tradito anche dagli affetti più vicini e ti ritrovi solo, in una cella. È lì che comincia il vero dramma».
La cella 121 diventa così non solo uno spazio fisico, ma una dimensione esistenziale. «Quando ti ritrovi in tre metri per due, a condividere lo spazio con chi non riconosce il tuo status, capisci l’inconsistenza del potere. Devi adattarti a nuove regole, a un nuovo linguaggio, a una nuova umanità. O accetti, o soccombi». È in questo passaggio che il romanzo rivela la sua tensione più profonda: lo scontro tra l’identità costruita e quella reale, tra il ruolo pubblico e la fragilità dell’individuo.
Badolati ha evidenziato quanto questo personaggio affondi le radici nella realtà: «Ho cercato di capire cosa accade nella psiche di un uomo – ha spiegato Attilio Sabato – quando passa dagli applausi alla cella. Non è più l’onorevole Mezzatesta, ma uno dei tanti uomini silenziosi e invisibili».


A dare ulteriore autenticità alla narrazione è stata anche l’esperienza diretta dell’autore. Una visita al carcere di Cosenza, ha raccontato, si è rivelata decisiva per la costruzione finale del libro: «Mi ha colpito il rumore delle porte che si chiudono alle spalle. È una sensazione che non si dimentica. Molti dialoghi sono nati da quelle emozioni, dagli incontri con i detenuti, dalle loro parole».
Il romanzo, tuttavia, non si limita a raccontare una caduta. Propone anche una riflessione sul senso della pena e sulla necessità di recuperare uno sguardo umano: «L’uomo va aiutato, incoraggiato. In quei luoghi non può essere visto come una matricola, ma come una persona. Altrimenti, come si può pensare di restituirlo alla società?».
Una narrazione intensa, dunque, che interroga non solo il sistema giudiziario e mediatico, ma anche la coscienza collettiva. (redazione@corrierecal.it)

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