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La ‘ndrangheta a Roma e il «cordone ombelicale» con la «casa madre»: la “propaggine” dei clan che ha colonizzato la Capitale

Ai vertici Vincenzo Alvaro e Antonio Carzo. Il business raccontato dai collaboratori di giustizia e l’evoluzione dei clan con il “locale” ad Anzio e Nettuno

Pubblicato il: 28/03/2026 – 19:02
di Mariateresa Ripolo
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La ‘ndrangheta a Roma e il «cordone ombelicale» con la «casa madre»: la “propaggine” dei clan che ha colonizzato la Capitale

ROMA «Noi a Roma siamo una propaggine di là sotto». Una frase che racconta una realtà che per anni ha operato nell’ombra: la prima “locale” di ‘ndrangheta ufficialmente riconosciuta nel cuore di Roma. Non più solo infiltrazioni sporadiche, ma un vero e proprio distaccamento ufficiale, autorizzato dalla “casa madre” in Calabria. Un cordone ombelicale che collega la Capitale ai piccoli centri reggini di Sinopoli, Cosoleto e San Procopio. L’inchiesta “Propaggine” ha squarciato il velo sul business portato avanti dalla diarchia formata da Vincenzo Alvaro e Antonio Carzo. Un castello crollato sotto i colpi della Direzione distrettuale antimafia di Roma. Il processo, coordinato dai pm Giovanni Musarò e Stefano Luciani, ha recentemente portato a un verdetto durissimo che conferma l’impianto accusatorio. Agli imputati vengono contestati, a vario titolo, i reati di associazione mafiosa, cessione e detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti, estorsione aggravata e detenzione illegale di arma da fuoco, fittizia intestazione di beni, truffa ai danni dello Stato aggravata dalla finalità di agevolare la ‘ndrangheta, riciclaggio aggravato, favoreggiamento aggravato e concorso esterno in associazione mafiosa.
Il Tribunale di Roma, in ordinario, ha inflitto complessivamente 35 condanne, per un totale di quasi 240 anni di carcere. Tra le pene più pesanti figurano i 24 anni di reclusione per il boss Vincenzo Alvaro, mentre Antonio Carzo è stato condannato in abbreviato a 18 anni.

L’evoluzione dei clan e il “locale” ad Anzio e Nettuno

Il quadro emerso durante le udienze del processo ha delineato in modo significativo il modus operandi e l’evoluzione dei clan che hanno trovato nella Capitale terreno fertile per far accrescere i propri business. Secondo il racconto dettagliato di Antonino Belnome, collaboratore di giustizia ascoltato nell’ambito del processo, Roma rappresenta un ecosistema unico nel panorama criminale italiano. «Roma centro è “aperta” perché ci sono ‘ndranghetisti, Cosa nostra e camorristi», ha spiegato Belnome ai magistrati. «I grossi centri sono liberi perché nessuno può comandare sugli altri, partecipano tutti. Stessa cosa per Milano e Torino». In questo scenario, la ‘ndrangheta si è ramificata ovunque, dalle periferie ai quartieri storici, con un obiettivo preciso: ripulire i fiumi di denaro provenienti dal traffico di cocaina e dalle estorsioni.

«La ‘ndrangheta è la Calabria. Tutto ciò che accade fuori è legato con un cordone ombelicale»

E il collaboratore ha spiegato bene lo schema secondo il quale si crea un “locale” e quali rapporti ci sono con la cosiddetta “casa madre”: «La ‘ndrangheta è la Calabria. Tutto ciò che accade fuori è legato con un cordone ombelicale al paese d’origine, si lavora in simbiosi, ci si confronta a 360 gradi. Se non c’è questo legame il locale è debole». Un legame creatosi dai piccoli centri reggini a Roma, Anzio e Nettuno. Ma non sarebbe l’unico “locale” di ‘ndrangheta nel Lazio, così come in altre regioni e grandi città: «A Roma esistono altri locali di ‘ndrangheta oltre Anzio e Nettuno. La ‘ndrangheta è tutta ramificata nelle periferie. Roma è “aperta” perché ci sono ‘ndranghetisti, Cosa nostra e camorristi. I grossi centri sono liberi perché nessuno può comandare sugli altri, partecipano tutti. Stessa cosa per Milano e Torino. Gli ‘ndranghetisti – ha detto Belnome al pm – sono ovunque, li trova anche all’estero, tra le maggiori attività ci sono il riciclo e il ripulire il denaro con attività imprenditoriali, bar, edilizia. Tutti investimenti per ripulire soldi con prestanomi, perché entrando fiumi di denaro con la cocaina e con le estorsioni, vanno ripuliti i soldi. Non è che ogni volta si posso interrare i soldi. Il business principale è ripulire i soldi e questo si fa nelle grosse città. A Roma, Torino, Milano ci sono i grandi business».
La metamorfosi da organizzazione rurale a potenza finanziaria è stata resa possibile da un’evoluzione interna fondamentale: la dote della “Santa”. Il collaboratore Consolato Villani ha descritto questo passaggio come il momento in cui la ‘ndrangheta è cresciuta esponenzialmente, riuscendo a rompere il proprio isolamento per entrare in contatto con le istituzioni. «La “santa” è la dote che ha rovinato le regole ferree della ‘ndrangheta», ha dichiarato Villani davanti ai giudici. «Prima nulla usciva da quel circolo chiuso. Dopo, siamo stati messi nelle condizioni di poter dialogare con apparati istituzionali, servizi segreti deviati, poliziotti e carabinieri corrotti, con magistrati». Una evoluzione attraverso la quale «la ‘ndrangheta si è rafforzata tantissimo: riuscendo a dialogare con la politica e grazie alla politica, e in parte alla massoneria, è riuscita ad espandersi sia in Italia che all’estero».

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