Terremoto giudiziario a Crotone, l’acquisizione documentale alimenta sospetti di una indagine. «La situazione non è buona»
Alcuni indagati nella recente inchiesta della procura pitagorica, temono il «blocco dei conti» e di essere intercettati

CROTONE Il timore di una indagine in corso, maggiori accortezze nello scambio di messaggi, telefonate ridotte al lumicino e la paura di un blocco dei conti. L’attività investigativa della procura di Crotone ha portato ad un vero e proprio terremoto giudiziario, che vede tra le persone coinvolte l’ex vicepresidente della provincia Fabio Manica, ex consigliere comunale di Forza Italia ed ex vicepresidente della Provincia, poi dimessosi. Secondo l’accusa, i componenti del presunto sodalizio avrebbero progressivamente adottato un «articolato sistema di cautele» finalizzato a preservare la riservatezza delle comunicazioni interne e a «schermare le condotte illecite poste in essere nei rapporti con la Pubblica Amministrazione». In buona sostanza, alcuni indagati si sarebbero accorti delle attenzioni della magistratura. Tutto cambia quando chi indaga riscontra, nella gestione dei contatti interpersonali e delle comunicazioni, «atteggiamenti improntati alla prudenza, accorgimenti negli spostamenti e nella programmazione degli incontri» e il «sistematico ricorso a canali di comunicazione alternativi a quelli tradizionali, mediante l’utilizzo di piattaforme telematiche quali WhatsApp e Telegram». L’episodio che avrebbe “allarmato” alcuni indagati è riferito ad una acquisizione documentale effettuata nel luglio 2025. La circostanza avrebbe sollevato sospetti e timori in ordine alla possibilità di indagini in corso e possibili ripercussioni «anche di natura economica, dall’attività di polizia giudiziaria in corso».
L’atteggiamento di Manica
Attenzionato dagli investigatori, Manica – a seguito dell’episodio datato luglio 2025 – riduce in modo significativo le comunicazioni con i consociati, «cessando di frequentare la sede societaria della “SINERGYPLUS S.R.L.” abitualmente utilizzata fino a quel momento» e dove – secondo i riscontri dell’attività investigativa – si sarebbe ritagliato «una stanza-ufficio». A riscontro della tesi, vi sarebbero numerose conversazioni captate con Giacomo Combariati, «nelle quali Manica discuteva del recupero del denaro pubblico atteso per molti affidamenti disposti in favore dei sodali e oggetto di riparto economico, all’interno dell’associazione». La preoccupazione di possibili indagini in corso, spinge Manica ad evitare l’utilizzo dello smartphone preferendo le comunicazioni de visu o piattaforme di comunicazione alternative «più difficili da intercettare». Saranno anche altri soggetti gravitanti nella sfera dell’indagato a sostenere la necessità di mantenere un «basso profilo». C’è chi addirittura ricorda quanto accaduto al termine di un’altra inchiesta, quella che ha visto protagonista Leonardo Sacco, ex governatore della Misericordia di Isola Capo Rizzuto tratto in arresto nell’ambito dell’operazione denominata “Jonny”.
Il blocco dei pagamenti
Non solo il timore di possibili ripercussioni personali a seguito delle indagini in corso, alcuni indagati temono il blocco dei pagamenti. Emblematico – per chi indaga – uno scambio nel corso di una conversazione tra Giacomo Combariati e Luca Bisceglia (entrambi indagati). I due manifestano preoccupazione per i fatti accaduti. «La situazione non è buona», confessa Bisceglia al suo interlocutore. Che risponde: «hanno bloccato tutto…hanno bloccato i pagamenti pure». Timori che porteranno ad accorgimenti, evidentemente tardivi. (f.benincasa@corrierecal.it)
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