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la presentazione

Il romanzo d’esordio di Anna Mallamo approda al Premio Sila ‘49

Lunedì 13 aprile, alle 18, alla libreria Ubik di Cosenza, il quinto appuntamento con la Decina 2026 del Premio Sila

Pubblicato il: 09/04/2026 – 19:46
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Il romanzo d’esordio di Anna Mallamo approda al Premio Sila ‘49

COSENZA “Col buio me la vedo io” (Einaudi) è il romanzo d’esordio di Anna Mallamo. Il libro ha già fatto molto rumore. Ha rinnovato il modo di raccontare il Sud senza cadere nei cliché. Ha tratteggiato personaggi del Sud che restano nella memoria scevri da facili folclorismi. Ha costruito un universo narrativo dove la famiglia è luogo di ferite e rifugio. E quella terra di confine che è Reggio Calabria si mostra attraverso una storia che cerca il senso autentico delle cose. Lunedì 13 aprile, alle 18, libreria Ubik di Cosenza, avremo l’occasione di ascoltare Anna Mallamo che, in compagnia del giornalista Giuseppe Smorto, presenterà al pubblico cosentino il suo romanzo, le sue sfaccettature, le sue chiavi interpretative. E anche la sua genesi.

La storia parte da un sequestro

Reggio Calabria, primi anni Ottanta. La città esce dalla prima guerra di ’ndrangheta, è teatro degli scontri tra il Fronte della Gioventù e il Collettivo studentesco. C’è una violenza diffusa che prende strade diverse. Lucia Carbone, 16 anni, studentessa del liceo classico, sequestra un compagno di scuola e lo imprigiona nello scantinato della casa della nonna morta da pochi mesi. Il ragazzo è figlio di un boss dell’Aspromonte. Lucia lo ha rapito per due ragioni: la prima è che la sua migliore amica ne è innamorata e lei vuole tenerlo lontano da lei; la seconda è che forse sa qualcosa sull’assassinio di una zia amatissima. Mentre fa visita ogni giorno al suo prigioniero, la vita di Lucia prosegue apparentemente come al solito: in famiglia — col padre, la madre e il fratellino Gedo —, nel quartiere e a scuola, dove Lucia si innamora di Carmine, un ragazzo dei quartieri alti. Reggio è una città ferita, e la violenza è anche nei gesti quotidiani di Lucia, in quel coltello rosso che si ritrova tra le mani quando scende nel mondo di sotto, dove c’è il suo segreto…

Grande affresco familiare

Le relazioni tra madre, padre, fratello e parenti si intrecciano in una trama di preferenze, gelosie e piccoli riti quotidiani. La famiglia non è mai rappresentata in modo idilliaco: è luogo di ferite, di sangue rappreso, di legami che sanno essere sia catene che rifugio. Anna Mallamo si sofferma sui gesti domestici carichi di significato. La scena delle lenzuola — madre e figlia che piegano insieme i panni calibrando i gesti in una sorta di duello western — è diventata già una delle pagine più memorabili della narrativa recente. Perché in quei gesti c’è tutto: la trasmissione generazionale, il potere, la complicità, la distanza. Il dialetto e il cibo non sono mai usati come elementi folcloristici. Sono strumenti di potere e di controllo. «Se ti sfamo sei salvo, e sei mio», dice Lucia. Il dialetto si può usare «per schermare o per chiarire, è la lingua dei grandi, funziona in tutt’e due i modi».

Un Sud lontano dai cliché

La scrittura di Anna Mallamo è concreta, immaginifica. Affronta il tema della giustizia — declinato sia come vendetta privata sia come ricerca di un senso più ampio — e quello dell’identità femminile. Mette al centro la capacità delle donne di custodire, tramandare e comprendere il “sangue” familiare e sociale. L’incontro con Anna Mallamo sarà l’occasione per esplorare la genesi di questo universo narrativo così stratificato, per capire com’è nata Lucia e come si costruisce un personaggio tanto originale, per scoprire come si racconta il Sud senza tradirlo e senza voler per forza addomesticarlo. Dopo Antonio Pascale, Giulia Lombezzi e Nicola H. Cosentino, la stagione della Decina 2026 prosegue con una delle voci più originali della letteratura emerse negli ultimi anni. Un romanzo d’esordio che conferma la capacità del Premio Sila di individuare le opere più significative della narrativa italiana contemporanea.

LA SCHEDA DEL LIBRO

Anna Mallamo – Col buio me la vedo io – Einaudi

Lucia ha 16 anni e un cognome – Carbone – che spegne il suo nome, «come il nero e la luce, come la rabbia e l’amore». Del resto, ogni cosa sembra presentarsi doppia ai suoi occhi: maschile e femminile, ad esempio, o corpo e mente. E, soprattutto, il mondo di sopra, quello che abita ogni giorno con la sua famiglia, e il mondo di sotto: la buia cantina in cui ha rinchiuso Rosario dopo averlo rapito. In questo libro magnetico tutto è imprevedibile, perché tutto, proprio tutto, matura nell’immaginario di un’autrice che ha molto da dire e un modo originalissimo per farlo. Reggio Calabria, primi anni Ottanta. La sedicenne Lucia Carbone, studentessa del liceo classico, sequestra un compagno di scuola e lo imprigiona nello scantinato della casa della nonna morta da pochi mesi. Il ragazzo, Rosario Cristallo, è figlio d’un boss dell’Aspromonte, e Lucia lo ha rapito per due buone (o cattive) ragioni: la prima è che la sua migliore amica ne è innamorata, e vuole tenerlo lontano da lei, la seconda è che forse Rosario sa qualcosa sull’assassinio di una zia amatissima. Mentre fa visita ogni giorno al suo prigioniero, la vita di Lucia prosegue apparentemente come al solito: in famiglia – col padre, la madre e il fratellino Gedo –, nel quartiere e a scuola, dove Lucia si innamora di Carmine, un ragazzo dei quartieri alti. Reggio, intanto, città ferita che esce dalla prima guerra di ’ndrangheta, è teatro degli scontri tra il Fronte della Gioventù e il Collettivo studentesco: c’è una sorta di violenza diffusa, che prende strade diverse. E la violenza è anche nei gesti quotidiani di Lucia, e nelle cose, ad esempio in quel coltello rosso che si ritrova tra le mani quando scende nel mondo di sotto, dove c’è il suo segreto. Fino a quando ogni cosa si capovolge, il sopra e il sotto si confondono come tutti gli opposti, e lei matura una decisione inaspettata. “Col buio me la vedo io” è un romanzo che costruisce un universo a poco a poco, con forza, coerenza e una fantasia sbalorditiva, ricco di pagine da incorniciare, come quelle in cui una madre e una figlia piegano le lenzuola calibrando i gesti in una sorta di duello western. Ed è anche un libro sulla giustizia e sul Sud lontanissimo da tutti i cliché: quando usa il dialetto (sempre con parsimonia) non è mai per un effetto di colore ma per cercare a tentoni l’unico senso possibile. Perché il dialetto si può usare «per schermare o per chiarire, è la lingua dei grandi, funziona in tutti e due i modi». E il cibo è soprattutto uno strumento di potere e di controllo: «Se ti sfamo sei salvo, e sei mio».

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