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la ferocia del clan

’Ndrangheta nelle Preserre, spedizioni punitive e “soldi” per evitare il pestaggio. «Se vuole fare pace, deve portare il figlio qua e picchiarlo»

Dopo un’aggressione, il clan avrebbe reagito con «feroce intento vendicativo» nei confronti di un gruppo di giovani. La richiesta di 400 euro e la mediazione con i genitori

Pubblicato il: 09/04/2026 – 9:51
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’Ndrangheta nelle Preserre, spedizioni punitive e “soldi” per evitare il pestaggio. «Se vuole fare pace, deve portare il figlio qua e picchiarlo»

VIBO VALENTIA Un gruppo criminale che avrebbe fatto più volte ricorso alla violenza e alle minacce, soprattutto intervenendo in «mutuo soccorso» dei sodali del clan. Anche tramite «spedizioni punitive» e, addirittura, imposizioni “personali” da centinaia di euro per non essere aggrediti. L’inquietante quadro, che evidenza la violenza ‘ndranghetista della cosca Emanuele-Idà, emerge dall’inchiesta, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro e condotta dalla Polizia di Stato, che ieri ha portato all’arresto di 55 persone. Nel mirino il locale di Ariola e la ‘ndrangheta delle Preserre vibonesi, un’area «particolarmente attenzionata» come ha sottolineato il procuratore capo Salvatore Curcio, perché nonostante le ‘ndrine si siano evoluti qui si ricorre ancora «all’uso di armi e fatti di sangue».

Una «vera e propria spedizione punitiva»

Il riferimento è a diversi episodi ricostruiti dagli investigatori: aggressioni, minacce e insulti, anche alle forze dell’ordine, e «spedizioni punitive» in protezione dei propri sodali. Come quanto accaduto in seguito all’aggressione ai danni di Giovanni La Bella da parte di un gruppo di giovani all’interno del panificio in cui lavorava. La Bella viene ritenuto membro della cosca dagli inquirenti, già definito dal collaboratore di giustizia Bartolomeo Arena come «un ragazzo che si stava avvicinando alla ‘ndrangheta» tanto che «negli ambienti criminali si ipotizzava di dargli il fiore». Per gli inquirenti le indagini dimostrano di come la sua posizione si sarebbe evoluta nel tempo, avendo « aderito alle logiche criminali proprie del gruppo mafioso» e «divenendo parte attiva di una delle attività più redditizie per la ‘ndrangheta, ovvero il traffico di stupefacenti». In quell’occasione – ricostruiscono gli inquirenti – La Bella avrebbe deciso di incontrare uno per volta tutti i membri del “gruppetto” che lo aveva aggredito «al fine di sottoporli a pestaggio». Una «vera e propria spedizione punitiva», alla quale si aggiunge l’accusa di tentata estorsione: un solo ragazzo sarebbe stato risparmiato dall’aggressione, ma avrebbe dovuto ricambiare con «il pagamento di una somma di 400 euro». «Non avete capito, allora, il segno, a qualcuno di questi ragazzi di questo gruppo che camminavate, glielo devo lasciare! Ti è andata bene che non te l’ho lasciato a te» avrebbe riferito al giovane. «Ste cose a me non è mai venuto nessuno a farmele ste pagliacciate, un paesano, a me siete venute a farle?». E ancora, sottolineando come la richiesta di soldi sia stato un “favore” nei suoi confronti: «Con te si risolve solo quando mi porti i soldi, in una maniera o nell’altra dovete pagarla, ringrazia a Dio che ti ho fatto portare i soldi».

La proposta alle famiglie per rimediare

Gli inquirenti contestano il «concorso morale» anche a Michele Carnovale, emerso nel momento in cui lo stesso lo avrebbe istigato a pretendere una somma maggiore: «Dovevi chiedergliene 800 però, ah Giovanni che facciamo con 400?». Per l’accusa da questo episodio «appare nitido il feroce intento vendicativo degli indagati e il modus operandi mafioso». Tanto che, gli stessi familiari delle vittime, «ben consapevoli della caratura criminale», avrebbero provato a mediare per cercare di evitare il pestaggio dei figli. Ancora più inquietante la soluzione che sarebbe venuta in mente a La Bella: l’indagato avrebbe addirittura proposto ai genitori di «malmenare i propri figli al suo cospetto». «Se vuole fare pace deve portare il figlio qua e lo deve picchiare». (ma.ru.)

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