Nicole Minetti e Domenico Papalia. Quando non tutte le richieste di grazia sono uguali
Due vicende lontanissime finiscono per interrogare lo stesso principio: la clemenza dello Stato è davvero uguale per tutti?

Nicole Minetti è nata a Rimini nel 1985. Figlia di un organizzatore di eventi e di una cubista, promettente star televisiva, celebre igienista dentale prestata alla politica in Lombardia, diventa celebre per essere stata mandata da Silvio Berlusconi per salvare dall’arresto Ruby Rubacuori, spacciata per la nipote di Mubarak.
Anello debole della catena di comando, viene condannata con sentenza definitiva a 2 anni e 10 mesi per induzione alla prostituzione. Ha patteggiato una condanna anche per una delle tante Rimborsopoli della Repubblica, aggiungendo un anno e 10 mesi. Ha fatto richiesta di affidamento ai servizi sociali, ma ha anche chiesto la grazia. I magistrati competenti e il presidente della Repubblica gliel’hanno concessa, suscitando non poche polemiche tra il popolo del dissenso, spesso incolto sulle questioni su cui si accapiglia. Nicole Minetti oggi è un’altra persona. Ha avuto un rapporto con Giuseppe Cipriani, della celebre famiglia di ristoratori. È nato un figlio con gravi problemi di salute. Per evidenti ragioni di privacy, la notizia non era stata resa nota. L’hanno scoperta i giornalisti che hanno fatto il loro mestiere, anche se il Fatto l’ha raccontata con giustizialismo spinto e non sempre preciso. Il Quirinale ha dovuto precisare che la grazia era stata concessa “per motivi umanitari”, a causa delle “gravi condizioni di un parente minore”. Tutto giusto e condivisibile.
Rifletto però, leggendo l’articolo apparso sull’Unità di Sansonetti il 7 aprile scorso, a firma del radicale Sergio D’Elia, dove si racconta di un calabrese ex malacarne, Domenico Papalia, che invece di essere nato a Rimini e di aver frequentato Ibiza e New York come Nicole Minetti, ha la sventura di essere di Platì, in Calabria, radice di malapianta mafiosa. Domenico è un ergastolano. Vive in carcere dal 1977, quando io andavo al ginnasio e Nicole Minetti non era ancora nata. È ricoverato in ospedale con gravi patologie e i suoi avvocati hanno chiesto per lui il differimento della pena, ma il Tribunale di sorveglianza, quando ci sono di mezzo mafiosi, non è ben disposto a concedere il beneficio umanitario.

Domenico, ex pastore, mafioso tra Platì e Milano, nel suo percorso carcerario ha imparato a leggere e a scrivere in cella perché era analfabeta, si è iscritto a scuola, ha conseguito molti diplomi e attestati, ha svolto attività di volontariato, riceve ogni anno il plauso di benefattore dalla Comunità Don Bosco, cui si dedica per i bambini del Terzo mondo. Domenico Papalia, secondo i radicali di Nessuno tocchi Caino, non rappresenta più un pericolo sociale. Nella sua vita carceraria è stato ammesso una volta al lavoro esterno e ha ricevuto 50 permessi premio. Poi venne il terribile 1992, quello delle stragi, e arrivò il 41 bis, che, se si leggono gli atti parlamentari del periodo, doveva essere una misura straordinaria da rivedere ogni due anni. È rimasto invece fermo e immutato nel tempo, avversato da pochi garantisti che in maniera ostinata difendono il principio costituzionale che vede nel carcere un recupero della persona.
Niente più permessi premio e misure alternative alla detenzione. Era stata presentata una richiesta di grazia parziale, tesa a commutare l’ergastolo in una pena a 30 anni. Non è stata accolta. Perché, se sei di Platì e se hai una condanna per due omicidi, non c’è grazia che tenga. Per Papalia vale il “fine pena mai”, che riteniamo incostituzionale come una pena di morte. Sessant’anni di carcere a un vecchio ammalato che ha modificato i suoi paradigmi esistenziali non bastano alla giustizia. Il presidente Mattarella, nei suoi due mandati, ha firmato 36 provvedimenti di grazia. Il giornalista Filippo Facci ha ricordato che Pertini ne firmò invece più di 6000. Evidentemente la Prima Repubblica era più attenta alla clemenza. Oggi, invece, i figli piccoli delle rom detenute stanno nelle celle delle mamme ladre. Un differimento della pena per il vecchio Domenico Papalia non dovrebbe spaventare nessuno. Temo invece che questo nostro correggionale morirà da detenuto e gli impediranno pure il funerale. (redazione@corrierecal.it)
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