Il caso dei 95 del Gol, Oliva: «Servono piani forestali, non promesse»
A San Giovanni in Fiore 95 disoccupati formati chiedono lavoro tra attese e precarietà. Il dg di Calabria Verde lega ogni prospettiva alla pianificazione e ai vincoli di bilancio

Sono 95 fra uomini e donne, dai 30 ai 60 anni di età. Li chiamano «quelli del progetto Gol», che significa «Garanzia di occupabilità dei lavoratori» ed è una misura nazionale finanziata con fondi Pnrr per formazione e accompagnamento al lavoro. Nello specifico si tratta di disoccupati di San Giovanni in Fiore (Cs) che hanno frequentato un corso per idraulico-forestali, a carico della Regione o a proprie spese in base alla situazione economica di ciascuno. Alcuni degli iscritti hanno ottenuto la qualifica, altri l’attendono o devono completare le lezioni. Tutti insieme chiedono lavoro e, sostenuti soprattutto da Uil e Cisl, cercano sostegno politico e sociale.
Un quarantennio di bacini e mobilitazioni
A San Giovanni in Fiore la storia si ripete da un quarantennio. Masse di disoccupati si fanno sentire, bussano alle porte del municipio e provano a entrare nel settore della forestazione regionale; nella vulgata «una Fiat». A partire da metà degli anni ’80, avevano iniziato a più riprese le centinaia di manifestanti poi inseriti nelle squadre del rimboschimento e nel 2009 contrattualizzati dall’Afor a tempo indeterminato. Fra il ’95 e il ’97 sorsero gli Lsu-Lpu, circa 180 e infine 104, nel 2020 assorbiti dal Comune come dipendenti. Nel 2005 nacquero i precari delle «Giubbe rosse», da ultimo assunti per tre mesi all’anno nell’azienda regionale Calabria Verde e in parte, una sessantina, rimasti con lo stesso ente locale, che ora prova a stabilizzarli. A ruota arrivarono i cosiddetti «Invisibili» nel 2016 e a seguire «I dimenticati» nel 2024, molti dei quali transitati nel gruppo dei 95.
La storia personale di Alessandro Romano
Alessandro Romano ha acquisito la qualifica di idraulico-forestale nell’ambito del progetto Gol. Ha 34 anni e due figlie: una di due anni, l’altra di cinque. Si è sposato lo scorso venerdì 10 aprile e vive in uno dei nuovi alloggi popolari consegnati di recente dal Comune. Lavora «a giornate» come cameriere e operaio. Otto ore, si sfoga, fruttano 35 euro in tutto, quando va bene. «Compensi e stipendi del privato – lamenta il giovane – sono bassissimi e ti costringono ad asservirti». Perciò l’obiettivo è sistemarsi in un ente pubblico. Nell’immaginario collettivo il più appetibile è Calabria Verde, perché assicura un buon trattamento economico, paga ogni mese e versa i contributi. Nel 2016, all’epoca 25enne, l’uomo era negli «Invisibili», che, guidati da un economista canadese ma sangiovannese di origine, il professore Paolo De Marco, occuparono per diversi giorni l’aula consiliare nel municipio di San Giovanni in Fiore; persino di notte e con materassi, coperte, sacchi a pelo e stufe.

Tra promesse, corsi e verifiche
Allora gli interessati, la politica e un pezzo della burocrazia regionale ebbero una sfilza di incontri e tavoli tecnici, anche in prefettura. Un corso di formazione per disoccupati doveva partire quale risposta a quel grido collettivo di disperazione. Tuttavia, la graduatoria del bando pubblico, giunto tardi, finì sotto la lente della Guardia di Finanza. Tra atti successivi e ripetuti aggiustamenti, cambiarono i vertici delle amministrazioni comunale e regionale. Diverse decine di senza lavoro frequentarono poi un corso semestrale con rimborso di 500 euro al mese, per essere in seguito utilizzati in progetti a termine e infine ricompresi nel bacino dei precari regionali assumibili nel pubblico impiego, in virtù dell’approvazione di un emendamento promosso alla Camera da Forza Italia.
Le contraddizioni economiche
Nel contesto, dominano la pazienza e l’arte di arrangiarsi in un tessuto economico segnato da paradossi: molte auto da superbollo, numerosi cellulari da 2mila euro in mano a sedicenni, fiumi di alcol per il sabato sera degli adolescenti e lavori sottopagati, contratti inesistenti, buste paga gonfiate, contributi negati e aiuti quotidiani dalle famiglie, nonni compresi. «È grave», dichiara Alessandro con gli occhi vivi e un movimento improvviso della mano sinistra, come ad additare un sistema datato che non dà sicurezze né risposte.

La posizione del sindacato
Andrea Urso, segretario della Lega comunale Uila-Uil di San Giovanni in Fiore, spiega che «la formazione nel progetto Gol è partita tre anni fa, con la coscienza dello spopolamento del territorio sangiovannese e l’idea di preparare i giovani per lavorare nella forestazione puntando sul turnover in Calabria Verde». Il sindacalista sottolinea che «c’è bisogno di una visione e occorre inventare qualcosa per trattenere i giovani a San Giovanni in Fiore, perché il rischio è che vadano via per mancanza di un’entrata con cui creare o mantenere una famiglia». Spiega, poi, che, «finito il Reddito di cittadinanza, è obbligatorio, al fine di percepire l’assegno di inclusione, un percorso di formazione». «In questo caso, il percorso – aggiunge – è stato condotto fra San Giovanni in Fiore e Cosenza da tre enti erogatori, anche per ragionare in un secondo momento sulla possibilità di concorrere per un posto in Calabria Verde». Urso precisa, però, che «non c’è alcuna pretesa di reclutamento automatico, ma, in attesa di conoscere le relative determinazioni regionali sull’organico aziendale, è bene che ci siano figure formate per il ruolo di idraulico-forestali». Infine, il segretario della Lega comunale Uila-Uil sangiovannese auspica l’apertura di un tavolo istituzionale sulla questione e annuncia che «il prossimo 27 aprile ci sarà nella Cittadella regionale, alle ore 14, un incontro sul futuro dei forestali e ancora prima, il 22 aprile, una manifestazione pacifica lungo le strade di San Giovanni in Fiore, appoggiata dai sindacati, per sensibilizzare l’opinione pubblica sul destino del gruppo locale del progetto Gol, atteso che in Calabria Verde sono rimasti circa 3.200 dipendenti e quindi ci vorrebbero rinforzi».
La voce di Calabria Verde
Dottore in Scienze forestali, Giuseppe Oliva è il direttore generale di Calabria Verde. Torna da un convegno svoltosi a Reggio Calabria e sta passando le gallerie di fronte allo Stretto, quando lo sentiamo. La linea è scarsa, ma lui risponde con pazienza e garbo. L’azienda che guida, conferma, ha circa 3mila dipendenti. Poi precisa: «Riguardo al futuro di Calabria Verde, tutto è in via di costruzione e di organizzazione, ma strettamente legato ai vincoli del bilancio, che è a totale finanza derivata e quindi risente enormemente dello stato dei trasferimenti. In prospettiva futura potrà contare, nel momento in cui saranno approvati tutti i piani di gestione forestale, sulle possibilità di produzione delle diverse aree forestali, ma questa è una previsione di medio-lungo periodo. Allo stato attuale – continua il dg – il bilancio aziendale si basa sugli stanziamenti del bilancio regionale: parliamo di circa 56 milioni di euro del bilancio regionale, più 120 milioni della legge n. 197 (la legge di Bilancio per il 2023, nda), cioè risorse statali destinate prioritariamente al contenimento del rischio idrogeologico e alla prevenzione».

Funzioni operative e prevenzione
Poi Oliva entra nel dettaglio. «La prevenzione del rischio idrogeologico – puntualizza – si realizza attraverso attività sul territorio, anche in convenzione con i Comuni, con interventi di sistemazione idraulico-forestale ma pure con attività di prevenzione incendi e di protezione del territorio. In questi giorni, ad esempio, abbiamo dovuto mettere in campo uomini e mezzi per lo spegnimento degli incendi. Parliamo di mezzi a terra, autobotti, squadre operative». Ciò significa che l’azienda ha un ruolo preciso e un’utilità ulteriore, soprattutto in tempi di cambiamento climatico.
Pianificazione forestale e filiera del legno
«Per quanto riguarda il futuro di Calabria Verde, la missione – chiarisce Oliva – è ancora da definire in modo compiuto. C’è chi sostiene, nel senso comune, che Calabria Verde potrebbe arrivare a gestire il taglio degli alberi per creare una filiera del legno, fino alla costruzione di case. Ma questo presuppone l’esistenza dei piani di gestione forestale. Noi abbiamo già avviato la pianificazione del demanio forestale: sono stati affidati i piani di gestione, abbiamo già approvato i primi 2mila ettari per i quali è stato redatto lo strumento di pianificazione ed è stato adottato l’atto di approvazione, ora sottoposto alla Regione. Esiste inoltre un bando in vigore per la redazione dei piani su ulteriori 20mila ettari del patrimonio boschivo regionale. Solo attraverso i piani di gestione forestale si può stabilire quali siano, in relazione alle funzioni dei boschi, i tagli possibili e quindi la quantità di massa legnosa utilizzabile, sia per la valorizzazione del prodotto sia per fini energetici. Senza questi strumenti non si possono fare previsioni. È evidente – avverte il dg – che il nostro patrimonio forestale è ricco di provvigione legnosa, ma questa deve essere valorizzata all’interno di una filiera produttiva strutturata».
La questione occupazionale e l’evoluzione della forestazione
Il manager si sofferma, poi, sul tema dell’occupazione nella forestazione. «Ci sono territori, soprattutto montani, che – rammenta – hanno avuto questo destino. Negli anni ’50, con la legge speciale per la Calabria, fu avviata la ricostruzione del patrimonio forestale attraverso l’impiego di operai forestali. Si arrivò a circa 30mila unità impiegate per il rimboschimento. Nel tempo si passò dai 350mila ettari di superficie boscata agli attuali 750mila. Poi intervenne il blocco con legge statale, la 442 del 1984, e venne meno la possibilità di nuovi reclutamenti. Tuttavia, grazie a quella stagione di interventi, oggi abbiamo un patrimonio forestale importante». «Oggi – rimarca Oliva – il tema è la gestione e la manutenzione di questi boschi, ma con professionalità diverse rispetto al passato. Servono operatori specializzati, capaci di rispondere alle esigenze di conservazione, di protezione idrogeologica, di gestione forestale sostenibile, di vivaistica e di certificazione forestale».

Dalla storia dello sviluppo al nodo attuale
L’esigenza di formazione fa riflettere e torna con la vicenda del progetto Gol. In passato il comprensorio silano ha fornito un esempio virtuoso di sviluppo per tutta la regione, al contrario degli interventi del cosiddetto «Pacchetto Colombo», avviati dopo i moti di Reggio Calabria degli anni Settanta ma in sostanza falliti, come ha ricostruito il giornalista Alessandro De Virgilio in un suo libro molto documentato del 2022. Tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70, le manifestazioni degli operai delle centrali idroelettriche alimentate dagli invasi della Sila – vi aderirono gli agricoltori, i sindaci e diverse istituzioni del territorio calabrese – spinsero a finanziare un grande progetto sull’uso plurimo delle acque (irriguo, potabile, industriale, energetico, ambientale, civile e turistico-ricreativo), con la realizzazione di opere fondamentali per proteggere le colture a valle e assicurare l’acqua necessaria alle diverse attività, anche agricole. Addirittura, dopo l’alluvione che nella primavera del 1973 colpì l’impianto idroelettrico di Timpagrande (Cotronei, Kr), la forza dei territori uniti indusse l’Enel a non abbandonare quella produzione idroelettrica e lo Stato ad aumentare gli stanziamenti, fino a 750 miliardi di lire, per costruire in caverna la nuova centrale del posto. Di conseguenza, vi furono centinaia di nuove assunzioni, pure nelle società che dovevano costruire le opere previste dal progetto. Ne derivò un indotto significativo. Da lì, come racconta Pietro Secreti, uno dei protagonisti dell’epoca – allora tra i tecnici di punta dell’Enel, sindacalista e più avanti sindaco di Cotronei –, si raggiunse via via uno sviluppo inusitato; grazie al lavoro, che dava ricchezza privata e collettiva, e alla lungimiranza della classe dirigente. Pertanto, nacquero il Villaggio Palumbo e altri villaggi, le imprese edili, le cliniche riconducibili al talento imprenditoriale di don Cesare Oliveti e Salvatore Baffa e le aziende operanti nel settore elettromeccanico. «Oggi – osserva Secreti, che a 85 anni mantiene lucidità e favella e siede tra i banchi del Consiglio comunale di Cotronei – manca uno sguardo d’insieme sulle risorse e le vocazioni dell’intero territorio, a partire dall’acqua degli invasi silani e dalle acque termali. Sarebbe opportuno che la politica, a cominciare dai sindaci e dai consiglieri comunali, ragionasse con tutti gli attori locali su dove e come indirizzare lo sviluppo territoriale. Già la valorizzazione dei boschi sarebbe un primo punto. Non il solo, poiché il territorio offre aria pulita, luoghi incontaminati, possibilità di praticare sport e ritemprare lo spirito, piante medicinali e un ambiente salutare impreziosito dalle terme».
Una visione territoriale necessaria
«Bisogna smetterla – raccomanda Secreti – con la visione confinata e chiusa dei singoli Comuni. Occorre ragionare e agire in termini di territorio, come si fece più di 50 anni addietro». Servirebbe allora una fase di studio e dibattito di profondità, anche con il contributo delle università calabresi e l’impulso dei Comuni e della Regione, sul presupposto che il confronto è sempre alla base della convergenza. Ma, per frenare e invertire lo spopolamento causato dalle logiche e dinamiche della globalizzazione, bisognerebbe riconoscere – anzitutto culturalmente – la specificità e le emergenze delle aree montane, che hanno maggiori difficoltà delle cosiddette «aree interne» e «disagiate» e che, pertanto, non dovrebbero essere più ricomprese in denominazioni tecniche inadeguate, se non fuorvianti. (redazione@corrierecal.it)
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